Intelligenza artificiale e cyberwar. Deep fake e dark web. Scelta di genere e diritti queer. Smart working e metaverso. Cannabinoidi leggeri. Piena cittadinanza, inclusa la pratica atletica, dei transessuali. In che anno siamo? Come si fa a portare l’agenda di questo presente nell’obsolescenza dei palazzi romani? Bisognerebbe fare, ogni nuovo gennaio, un decreto sul calendario. Un provvedimento che metta in chiaro il tempo che passa. “Siamo nel 2024”, il testo dell’unico articolo della prima legge di quest’anno. Sarebbe una legge singolare ma affatto inutile, compresa nella sua ineluttabile interezza. Il Parlamento potrebbe perfino riuscire a trovare un accordo senza aggiungere troppi emendamenti. Perché il tempo passa, le sfide aumentano, la società diventa più complessa, l’universale più particolare. Ma si ha la sensazione che la politica fatichi a capirlo. Anzi, che tenga gli occhi chiusi, con malcelato dolore e gattopardesca resistenza, ogni volta che si strappa la prima pagina del calendario.

Siamo nel 2024 e il mondo corre. E no, non si può fermare per farci scendere. Corrono le esigenze dei tempi nuovi (e i tempi sono sempre, per dirla con Leibniz, ontologicamente nuovi). Sono i tempi in cui l’accesso al sapere tende all’infinito e in cui le distanze tendono a zero, attraverso quella macchina del tempo che è la rete. In cui le relazioni sono immediate (cioè non mediate), più veloci e perciò anche più superficiali. Tempi in cui il solido tende al liquido, come constata Bauman. E in cui la rigidità diventa flessibile, come prevedeva Matrix. Sono fluide le connessioni, i rapporti di lavoro, le scelte esistenziali inclusa l’appartenenza di genere. E se la libertà di vivere dove si vuole si afferma, quella di morire come si vuole ancora arranca.

Quella parola magica, libertà, è evocata da tutti e sconfessata, in Parlamento, dai più. Sul piano dei diritti la strada è ancora lunga. La destra è innamorata di un’idea passatista, il conservatorismo sovranista, che alza muri dove servono ponti. Prova a guidare con lo specchietto retrovisore. La sinistra è radicata nel culto delle sue bandiere, delle ideologie che parallelamente a quelle della destra, presidiano come ultimi giapponesi un fronte abbandonato dalla storia. Sulla cannabis light, sul fine vita, sulle coppie omosessuali e sui diritti transgender devono aprire, entrambe, gli occhi. Servono nuove regole, in un mondo nuovo.
In questi giorni i figli di Berlusconi hanno rilasciato dichiarazioni in cui si definiscono libertari, richiamando la lezione del padre. Hanno tutti annuito, fingendosi d’accordo. La realtà dimostra che non lo è quasi nessuno. Servono riforme chiare che aprano gli occhi sul futuro. Anzi, sul presente. Siamo nel 2024 e le “belle bandiere, quelle degli anni Quaranta!”, come scriveva Pasolini, devono trovare spazio nei musei.

Avatar photo

Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.