Giustizia
L’avvocato d’ufficio non è più quello di Nando Moriconi: il ruolo a difesa dei più deboli e l’assistenza al di fuori delle aule
Probabilmente l’immagine del difensore di ufficio nell’immaginario collettivo italico è ancora quella del leggendario film “Un giorno in Pretura”, dove troneggia uno strepitoso Alberto Sordi alias Nando Moriconi, imputato – di fronte al non meno strepitoso Pretore Peppino De Filippo – di “oltraggio al pudore”, per essersi fatto il bagno nudo “nella marana”. Il processo si svolge davanti ad un distratto ed annoiato difensore di ufficio, che legge il giornale mentre il processo si celebra, e che dopo aver chiesto senza successo denaro a Moriconi per impegnarsi, riprende stizzito a leggere il giornale, accada quel che deve accadere.
La professione
Agli albori dell’anno 2000 si tradusse in legge una pervicace battaglia delle Camere penali italiane, con una radicale riforma della difesa di ufficio (e del patrocinio dei non abbienti). La ratio era quella di sottrarre la difesa di ufficio al mero volontariato o, peggio ancora, alle scelte di comodo di Polizia Giudiziaria e Procure, restituendole piena dignità tecnica, al punto che da allora l’iscrizione alle liste – dalle quali la nomina viene assegnata mediante una incontrollabile procedura informatica – esige un corso di formazione biennale, e l’attestazione documentata di un certo numero di processi già patrocinati. Al contempo, la riforma stabiliva l’obbligo di retribuzione dell’attività professionale espletata in capo all’imputato assistito di ufficio, ovvero in capo allo Stato se l’assistito dimostrava un reddito non abbiente.
Il diritto di difesa dei più deboli
Che bilancio si può trarre da questa epocale riforma? Beh, intanto che il difensore di ufficio di Nando Moriconi è certamente solo un brutto ricordo, e non è poco. La formazione obbligata biennale, il legittimo incentivo di un onorario, l’assunzione di responsabilità dinanzi al giudice e al proprio ordine professionale, hanno certamente significato una crescita forte della tutela del diritto di difesa dei più deboli. Proprio il processo penale per l’orrendo delitto Regeni ne è la più clamorosa dimostrazione. In un processo a carico di imputati stranieri rimasti assenti, reso possibile – in deroga ai principi generali del codice – da una sconcertante decisione della Corte Costituzionale (di rendere possibile il processo in absentia sostanzialmente solo per questo processo), i difensori di ufficio hanno proposto, e la Corte di Assise ha sollevato, un nuovo incidente costituzionale, che chiarisca come si possa giustificare che i difensori di ufficio di imputati con i quali non si è instaurato il rapporto processuale, non siano messi in condizione di accedere al patrocinio dei non abbienti, e dunque debbano prestare la propria attività gratuitamente, ed anzi eventualmente anticipare di tasca propria le spese di indispensabili consulenze tecniche. Onore a quella Corte di Assise, e a quei colleghi che stanno dimostrando in concreto come un difensore è un difensore, senza bisogno di aggettivi.
Di questa vicenda e di questa ordinanza parliamo a lungo in questo numero, ma al tempo stesso vogliamo raccontare di come, invece, la difesa di ufficio funziona molto meno bene fuori dalle aule, quando si tratta di prestare assistenza ai detenuti nelle carceri. Lì prevale un senso di abbandono, ed è un fatto gravissimo perché l’esperienza ci dice che più quei detenuti sono deboli, gli ultimi del mondo, più sarebbe necessaria una presenza forte e costante del difensore di ufficio, che invece qui scompare. È un vulnus grave, una ferita da rimarginare, una emergenza sulla quale l’avvocatura deve tornare ad impegnarsi. Perché non accada che quel difensore di Nando Moriconi, che abbiamo cacciato via dalle aule, riappaia, nella sua ignavia, nell’inferno delle carceri. Buona lettura!
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