Economia
Le borse ascoltano Trump: “Guerra quasi finita”. E i mercati riprendono fiato
Due le ragioni per cui ieri gas e petrolio ieri sono tornati nei ranghi. Una politica, l’altra di carattere finanziario. Le dichiarazioni di Trump nella notte tra lunedì e martedì hanno permesso di scendere sotto le soglie psicologiche dei 50 euro megawattora per il gas al Ttf di Amsterdam e sotto i 100 dollari al barile per il Brent.
Il presidente Usa ha prima assicurato che il conflitto è prossimo alla conclusione, poi ha minacciato l’Iran di ritorsioni «venti volte maggiori rispetto agli attacchi già condotti», in caso di effettivo blocco dello stretto di Hormuz per mano dei Pasdaran. Questo ha portato i mercati ad abbassare le temperature. Il rally di inizio settimana comunque – e qui sta la questione finanziaria – riguarda unicamente le scadenze immediate. Le curve dei futures del petrolio con scadenza 2027 e oltre restano ancorate a un intervallo di prezzi molto più basso, compreso tra 55 e 65 dollari al barile. La configurazione viene definita “backwardation estrema” e suggerisce un fisiologico riassestamento sul lungo periodo. Gli operatori concordano che la guerra non può durare oltre il necessario. Non tanto perché il regime si arrenderà, quanto perché Trump non può permetterselo. Costa troppo al Pentagono e al contribuente/elettore Usa, che ha visto superare di nuovo la benzina i 3 dollari al gallone.
Da qui il G7 energia convocato d’urgenza a Parigi. Invitato d’onore il direttore dell’Agenzia internazionale dell’energia (Iea), Fatih Birol. Presente anche il nostro ministro Pichetto Fratin. L’obiettivo è a tre gambe. È urgente contenere l’emergenza. Dal gioco di parole si passa al paradosso. Per sopprimere un regime si rischia di rianimarne un altro. Dopo tutti gli sforzi compiuti dall’Ue, dal 2022 a oggi, per soffocare l’economia di guerra russa, l’eventualità che ci si debba rifornire proprio a Est non si limita a un esercizio di analisi. Del resto, con i picchi toccati dagli idrocarburi in questi giorni, Putin si è già ritrovato qualcosina in più in tasca rispetto ai mesi passati.
Il secondo punto è mettere mano alle scorte strategiche. Lo Strategic petroleum reserve del dipartimento Usa è di circa 415-416 milioni di barili di greggio. L’Europa non ha uno stock condiviso. Si possono calcolare poco più di 700 milioni di barili complessivi. Somma fatta, ma in modo superficiale, sulla base degli obblighi di ciascun Stato membro a mantenere scorte di emergenza di petrolio pari ad almeno 90 giorni di importazioni nette o 61 giorni di consumo. Il G7 ha chiesto all’Iea un’analisi sui pro e contro del rilascio delle scorte. Quante? Quando? A vantaggio di quale Paese? C’è chi come il Giappone che si rifornisce all’80% di petrolio dal Golfo. Terzo e ultimo tema del summit il nucleare. Alla sua “rinascita”, così si è detto a Parigi, intende partecipare anche l’Italia, che non produce nucleare, ma vorrebbe farlo. Almeno con il governo Meloni. Con serietà e attenzione alle partnership che si presentano. La stessa Ursula von der Leyen ha promesso una nuova pagina del nucleare europeo, impostato sui piccoli reattori modulari, maxi investimenti e deregulation.
Tutto bellissimo, salvo il fatto che la crisi è oggi. E ha un epicentro che si chiama Hormuz. I sauditi, con preveggenza, avevano pensato a una “tangenziale dello Stretto” ancora negli anni Sessanta. Il porto di Yanbu è da sempre lo scalo commerciale della monarchia sul Mar Rosso. È un terminal di collegamento con il maxi giacimento Abqaiq, a sua volta a poche miglia dal Golfo. Tuttavia, l’idea di trasformarlo nell’hub mediorientale del petrolio è buona solo sulla carta. «È come se l’Italia avesse solo un rigassificatore di rifornimento al suo intero apparato industriale». Osserva Francesco Sassi, ricercatore in geopolitica dell’energia all’Università di Oslo. Peraltro, Yanbu è sul Mar Rosso, tutto il fianco dell’Indopacifico si troverebbe svantaggiato dalla delocalizzazione. Si va verso lo stop alla produzione? «L’eventualità circola, ma non è stata ufficializzata», puntualizza Sassi. «Se così fosse, dovremmo gestire una crisi peggiore di quella del 2022».
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