Lo scaffale
Le guerre sono un puro orrore (anche quando sono finite): Autunno tedesco, il reportage di Dagerman
Prima di morire, il grande Goffredo Fofi scrisse una breve e densa introduzione alla bellissima opera di Stig Dagerman, “Autunno tedesco”, esemplare reportage sulla Germania del 1947 fotografata da questo straordinario giornalista svedese, morto suicida qualche anno dopo.
Il testo viene ripubblicato ora da Lindau per la cura di Luca Taglianetti. «Con il nostro “Germania anno zero”, che varrebbe la pena di rivedere, anche ripubblicandone la sceneggiatura desunta, “Autunno tedesco” è il documento più impressionante e si può dire più conturbante nel raccontarci il mondo dei vinti, dei vinti che avevano ossessivamente voluto essere vincitori», scrive Fofi precisando che «il giovane Dagerman, appena ventitreenne nel 1946, è guidato dalle sue convinzioni socialiste nel confrontarsi con il dopoguerra tedesco, con le condizioni di un popolo duramente punito per la sua adesione al nazismo, per le sue illusioni di trionfo e dominio…»; ed «è nel freddo e nelle ambiguità che succedono a una guerra mondiale che egli cerca di capire i perché di ieri e le pene di oggi, fedele a suo modo tanto al detto evangelico del “non giudicare” che al dovere professionale (e militante) di render conto, di aiutare i suoi lettori (e i suoi compagni) a capire e dunque, prima di tutto, riuscendo egli per primo a capire».
Il racconto di Dagerman è struggente, vivido, drammatico. Mai moralistico, ma quanto morale! Quella che descrive con maestria giornalistica è una Germania a pezzi. Fisicamente e moralmente. Il nazismo e la guerra hanno recato ferite che oggi, a tanti decenni di distanza, pare incredibile si siano suturate. La scrittura del giornalista svedese è un continuo colpo al cuore. «I bambini, che hanno dormito completamente vestiti, scendono nell’acqua che quasi raggiunge l’orlo delle loro scarpe lacere, attraversano il corridoio buio della cantina, dove c’è gente che dorme, salgono la scala buia, dove c’è gente che dorme, ed escono nell’autunno tedesco, freddo e umido. Mancano due ore all’inizio della scuola, e gli insegnanti raccontano ai visitatori stranieri della crudeltà di quei genitori che cacciano i loro figli per strada. Ma si potrebbe discutere con questi insegnanti su cosa significhi, in quel caso, misericordia. Un aforisma nazista sentenziava che la misericordia del boia consiste nel colpo rapido – o forse era quello sicuro. La misericordia di quei genitori consiste nel cacciare i loro figli dall’acqua in casa alla pioggia fuori casa, dall’umidità malsana della cantina al grigiore della strada. Naturalmente, non vanno a scuola: non solo perché la scuola è chiusa, ma perché “andare a scuola” è solo un eufemismo, di quelli che il bisogno crea in gran quantità per chi è costretto a parlare il linguaggio del bisogno. Escono per rubare o per cercare di procurarsi qualcosa da mangiare con la tecnica del furto – o con qualcun’altra meno illecita, se esiste».
Dagerman viaggia, città per città. Amburgo è la più impressionante: «Viaggiando per un quarto d’ora in treno si ha un panorama ininterrotto su quel che somiglia a un’enorme discarica di frontoni a pezzi, pareti isolate con finestre vuote che fissano le rotaie con occhi spalancati, resti di edifici indefinibili con ampie tracce nere di incendio, resti alti e scolpiti con audacia come monumenti alla vittoria, oppure piccoli come lapidi di media grandezza. Travi arrugginite spuntano dai cumuli di macerie come prue di navi affondate da tempo. Colonne larghe un metro, che un destino dotato di senso artistico ha ritagliato da blocchi di case crollate, si ergono su cumuli bianchi di vasche da bagno frantumate o su cumuli grigi di pietre, mattoni sbriciolati e termosifoni carbonizzati. Facciate trattate con cura, ma prive di ciò che dovrebbero coprire, stanno lì come scenografie di teatri mai costruiti».
Devastazione morale, quella recata dal nazismo, così che la gioventù tedesca del dopoguerra appare inerme: «Gli insegnanti predicano l’immoralità del mercato nero, ma quando questi giovani tornano a casa da scuola sono obbligati dalla fame propria e dai genitori a uscire per le strade in cerca di qualcosa da mangiare. Ne nasce un conflitto terribile, la cui irresolubilità non aiuta certo a colmare l’abisso tra le generazioni. Sarebbe ridicolo ottimismo illudersi di ritrovare questi giovani in qualcuna delle nuove organizzazioni democratiche. Bisogna guardare in faccia la cruda realtà e riconoscere che la gioventù tedesca ha le proprie organizzazioni: le bande di rapinatori e le centrali del mercato nero». E nei villaggi la condizione umana è ancora peggiore: «I bambini del villaggio giocano alla guerra negli androni delle case fredde e così piene che sembrano scoppiare insieme ai bambini profughi dall’Est o dai Sudeti. I bambini del paese restano a letto fino a mattina inoltrata per ingannare la fame e saltare un pasto che non possono avere. Se si mostra loro un libro illustrato, iniziano puntualmente a discutere su come uccidere al meglio le figure o gli animali delle figure».
Alla fine, Dagerman se ne va. «Tremilacinquecento metri. I cristalli di ghiaccio si infittiscono sui finestrini. La luna è alta, circondata da un alone di freddo. Ecco la carta che indica la nostra posizione. Stiamo sorvolando Brema, ma Brema non si vede. La Brema devastata giace nascosta sotto spesse nuvole tedesche, altrettanto impenetrabilmente nascosta quanto la muta sofferenza tedesca. Sorvoliamo il mare e, su questo pavimento marmoreo rotante fatto di nuvole e luna, diciamo addio alla Germania autunnale e gelida». La guerra è un orrore, anche quando è finita.
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