In Italia abbiamo bisogno di un giornalismo con la schiena dritta. Un giornalismo che indaghi, scopra, punti il dito. Senza paura di andare controcorrente, di urtare coscienze, poteri e luoghi comuni. Prima di scrivere questo articolo ho fatto un calcolo. Il fenomeno di cui parlerò costa al sistema-paese tra lo 0,02 e lo 0,04% del PIL all’anno. Oltre 700 milioni di euro. Come ci arrivo? Un’ora e mezza tra andata e ritorno, più un’ora di durata media. Tempo che tiene almeno un genitore e mezzo bloccato in modo totalmente improduttivo.

Le recite scolastiche sono una cagata pazzesca

Di cosa parlo? Delle recite scolastiche. Anzi, diciamolo subito: delle inguardabili recite scolastiche. Per onestà intellettuale, premetto: ho due figli, 9 e 12 anni, a cui voglio un bene dell’anima. Ma non cerco attenuanti. Le recite non sono Broadway, d’accordo. Non siamo alla Scala. Ma porca miseria, un minimo di impegno? Ne ho viste decine. Tutte con un elemento in comune: ai bambini non frega niente. Non si impegnano. Il risultato è pessimo. E nessuno, dico nessuno, guarda lo spettacolo per intero. Tutti hanno un unico focus: aspettare che il proprio figlio entri in scena, reciti due battute svogliate, stoni la canzoncina. Centinaia di smartphone puntati. Un egoismo collettivo mascherato da amore genitoriale.

E i nostri figli nemmeno le vogliono fare

Poi ci sono i video. Quei terribili video condivisi sui gruppi WhatsApp dedicati al pargolo, con nonni e zii. Che nessuno guarda davvero. Seguiti da decine di cuoricini: “Ma quanto è stato bravo!”. Bravo? Vittorio Gassman era bravo. Carmelo Bene era bravo. Mio figlio no. A lui non andava, e si vedeva a chilometri. Io gli voglio bene lo stesso, forse anche di più. Ma la verità è questa. E il contenuto? Credibili come piccoli Trump che parlano di Pace nel mondo – tra un bombardamento e un dazio – salvo poi rifiutarsi di sparecchiare la tavola. Trasfigurati dalle maestre e dai maestri in piccole imitazioni dozzinali di Gandhi. Frasi sulla fratellanza recitate fuori sincrono, davanti a genitori che anticipano le parole imparate a memoria la sera prima. La postura, poi? Non ne parliamo. Neppure un minimo di espressività. C’è più vitalità nelle tombe di Stanislavskij e Brecht che su quel palco. Dopotutto, la parola “recita”, nell’uso adulto, è negativa nella totalità dei casi. “Il mio capo ha fatto una recita per negarmi l’aumento”; “Quella riunione era tutta una recita”. Nessuno la usa in senso positivo. Tranne a Natale, Pasqua e fine anno. Quando diventa obbligo morale.

Perché ci andiamo?

Perché ci andiamo? Per lo spauracchio. “Non sei mai venuto alle mie recite” o “Arrivavi sempre tardi alle recite!”. Frasi che possono demolire vent’anni di sacrifici. Una bomba a orologeria psicologica che ci costringe ad andare dal capo nei giorni peggiori dell’anno: “Domani avrei bisogno di un permesso”. “Visita medica?”. “Ehm… recita di mio figlio”. Nessun capo dice no. “Ma certo, vai, è importante!”. Non lo pensa. Lo sai. Lo sa lui. Ma il copione sociale va rispettato.

Tutti lo pensano, nessuno lo dice

E poi il momento clou. Lui/lei sul palco, tu in nona fila. Cerchi con lo sguardo. Agiti la mano, sorridi ostentatamente. Speri che ricambi. Che capisca quanto ti è costato essere lì, attraversare la città impazzita per il traffico degli ultimi regali. E quanto ti stai sinceramente annoiando. Ma resta impassibile. Così gli hanno detto gli insegnanti. E comunque lo sa: sei arrivato in ritardo. Hai fatto meno del tuo dovere! Ho preso coscienza l’anno scorso. Seduto accanto a un altro genitore, ho sussurrato: “Queste recite sono una cagata pazzesca”. Come Fantozzi contro la Corazzata Potëmkin. Lui ha sorriso. Ha abbassato la voce: “Lo penso anch’io. Ma non puoi dirlo”. Io invece ho continuato. Ho chiesto agli altri. Consenso unanime. Lo pensano tutti. Ma non si può dire. Il sistema non vuole.

Da quando ho assunto queste posizioni, vivo sotto scorta. Le lobby delle recite sono potentissime. I miei figli non mi rivolgono più la parola. Per farmi perdonare, ho promesso che rivedremo insieme tutti i filmini delle loro recite. Dall’asilo a oggi. In modalità Arancia Meccanica. Finché questi pensieri saranno cancellati. E tornerò a essere quel papà entusiasta che dalla nona fila filma col telefono lo splendido spettacolo che sono le recite scolastiche.