Mario Mauro, già ministro della Difesa nel Governo Letta, è stato anche vice presidente del Parlamento Europeo per cinque anni. Nello scorso mese di settembre Ursula von der Leyen lo ha nominato Coordinatore Ue per il Corridoio del Mar Nero nel settore dei trasporti, in particolare ferroviari e marittimi. L’area di sua competenza comprende 13 nazioni, 11 Stati membri UE e 2 paesi extra-UE, l’Ucraina e la Moldavia. Abbiamo dialogato con lui sulla posizione dell’Europa in questa particolare fase geopolitica globale.

Quanto contano i trasporti nella costruzione dell’unità europea? E quanto contano in quella specifica area di cui si occupa?
«La vera ricchezza europea è il mercato unico, ma, per svilupparne davvero il potenziale, non basta poter attraversare le frontiere senza controlli. Per poter parlare con una sola voce è necessario anche un adeguato sistema dei trasporti, ancora lontano da una piena integrazione. Oggi, se vogliamo attraversare l’Europa da Ovest a Est, da Lisbona a Varsavia, o anche fino a Kiev, scontiamo una significativa differenza di scartamento ferroviario (la larghezza del binario). Se in Spagna e Portogallo abbiamo il cosiddetto “ancho iberico” (uno scartamento particolarmente ampio), nei paesi dell’Est, e fino alla Finlandia, la situazione cambia di parecchio: in alcune zone permane ancora il vecchio scartamento sovietico, il quale, oltre a creare problemi significativi dal punto di vista dei trasporti, in caso di conflitto con la Russia sarebbe anche un problema militare di grande rilevanza. Oggi, nei conflitti, la logistica incide almeno per l’80%, e perciò le nostre infrastrutture devono essere realizzate con garanzie di sicurezza molto elevate, soprattutto in questi Paesi di confine».

Ha parlato di Russia, come deve porsi l’Europa sul dossier ucraino in questa fase molto delicata?
«Bisogna assolutamente accelerare il percorso di ingresso dell’Ucraina nell’Unione Europea. Del resto neanche i russi, ad oggi, mostrano contrarietà in questo senso, semmai il problema è una certa schizofrenia dell’attuale amministrazione statunitense, che bisogna superare con decisione. Non dimentichiamo che l’Ucraina può rappresentare un volano decisivo per cominciare a costruire un percorso di integrazione europea anche nel campo della difesa. Di fatto tutto quello che gli europei potevano sperimentare sul piano della difesa lo hanno sperimentato grazie agli ucraini…».

Significa poter utilizzare la loro esperienza difensiva?
«Non la metterei in questi termini. Direi che noi europei abbiamo un grande tributo da pagare agli ucraini, perché hanno fermato la protervia russa che avrebbe potuto comportare dei rischi estremi, peraltro ancora presenti, almeno per i Paesi baltici; in secondo luogo è evidente che l’Ucraina è tanta roba, nel senso che possiede proprio quelle risorse che mancano ad altre latitudini europee: le materie prime e le terre rare innanzitutto».

Veniamo ai mutati rapporti con l’alleato statunitense. Come relazionarsi ora?
«L’Europa deve prendere atto di una realtà evidente: la politica interna americana, fin dalla prima presidenza Obama, quindi non certo con Trump, ha volto lo sguardo verso il Pacifico. Non sarà la fine della presidenza Trump o di una presidenza repubblicana a cambiare le sorti del rapporto tra Europa e Stati Uniti. Quel rapporto è destinato a cambiare a prescindere. Prima l’Europa ne prende atto, prima comincerà a dotarsi di quei meccanismi istituzionali che le consentano parlare con una sola voce. Il rischio concreto è quello di rimanere fuori da un sistema di relazioni internazionali».

Come si sta muovendo il governo italiano?
«L’Italia ha compreso questo rischio, e perciò mi sembra si stia muovendo bene, mantenendo un approccio costruttivo per il rilancio della relazione transatlantica, ma offrendo anche, al contempo, una buona spinta per un più forte processo europeo di integrazione e autonomia».

Pretese statunitensi sulla Groenlandia?
«Sottoscrivo al 100% il punto di vista della mia area politica: i Popolari Europei. Sulla Groenlandia devono decidere i groenlandesi e i danesi, come per l’Ucraina devono decidere gli ucraini. È doveroso preservare la stabilità dell’unione Transatlantica, è doveroso tutelare l’unità dell’Unione Europea, ma tutto questo non può essere fatto a scapito dell’integrità territoriale della Groenlandia e dell’autodeterminazione dei popoli, un principio non negoziabile nella nostra visione del mondo. Inoltre, se la prospettiva è quella della sicurezza dell’Artico, che livello di sicurezza potrebbe esserci se una delle realtà strategiche di quella regione dovesse subire un’invasione? Si rischierebbe seriamente una potenziale reazione terroristica».

Come vede gli altri partner europei?
«Mi sembra che meriti attenzione ciò che dice e fa il governo tedesco, che si sta muovendo ormai in un’ottica di visione di medio e lungo periodo, sul tema della difesa ma anche rispetto ad alcune sfide sul tema del commercio».

Si riferisce al Mercosur?
«Esattamente. L’Italia ha fatto bene ad avvicinare il proprio punto di vista a quello della Germania. Capisco i costi che ciò potrebbe comportare per l’agricoltura italiana, ma in un momento di tale tensione con gli Stati Uniti, allargare i mercati europei è la contromisura più adeguata. La prospettiva di allargarci a realtà a noi affini come il Brasile e l’Argentina è un’occasione straordinaria: sono affinità strategiche che potrebbero pesare in positivo anche per riequilibrare il nostro rapporto con gli Stati Uniti».