I fatti
Lista Bellavia, fuori i nomi sul consulente di Report. Adesso la Rai faccia chiarezza
C’è una domanda che oggi pesa più delle altre: perché una trasmissione del servizio pubblico si è avvalsa come consulente di un professionista ora indagato per violazione della privacy su un archivio di dati sensibili? Il caso è noto. Gaetano Bellavia, commercialista e consulente storico di magistrati e redazioni, è finito sotto inchiesta per la gestione di materiale informatico proveniente da un archivio sottratto alla sua ex collaboratrice. Ma vediamo i fatti.
Bellavia ha denunciato la commercialista Valentina Varisco e una sua collega per accesso abusivo a un sistema informatico: secondo l’impostazione accusatoria, avrebbero copiato parte di un archivio enorme, circa 1,3 milioni di file. Varisco è poi stata rinviata a giudizio, consolidando il passaggio dalla denuncia alla fase processuale. Nel fascicolo relativo a Varisco è comparso un appunto di 36 pagine, privo di firma e timbro di deposito, attribuito a Bellavia. In quel documento si richiamano dati «di altissima sensibilità» e vengono indicati 104 nomi ricavati dai file copiati. È questo il punto che accende il tema privacy: non solo la provenienza dei dati, ma la loro gestione e conservazione. Sulle responsabilità dell’appunto, Bellavia avrebbe inizialmente dichiarato di non saperne nulla; successivamente però lo avrebbe riconosciuto, senza chiarirne motivazioni e finalità. Non è questo il luogo per anticipare giudizi. Saranno i magistrati a stabilire responsabilità e confini. Ma il nodo politico e professionale riguarda altro: Bellavia non è un consulente qualsiasi. È stato consulente di Report. E quindi del servizio pubblico.
La domanda è semplice: con quali soldi sono state pagate le consulenze di Bellavia? Con risorse del canone? Con fondi di produzione? Con incarichi esterni? È un tema di trasparenza. Perché quando si maneggiano dati giudiziari, liste di nomi, archivi sensibili, non siamo più nel terreno dell’inchiesta televisiva aggressiva: siamo nella zona rossa della responsabilità pubblica. C’è poi il capitolo più opaco. La famosa lista dei 104 nomi. Chi la compone? Si continua a parlare in termini generici di “politici” e “non solo”. Ma chi sono? Ci sono giornalisti? Di quali redazioni? Ci sono firme che si sono occupate, a vario titolo, proprio di Report o di Sigfrido Ranucci? Per ora siamo nel buio documentale. Si parla di «dossieraggio», parola respinta con forza da Ranucci, che preferisce parlare di nominativi «dei quali è stata violata la privacy».
È una precisazione importante. Ma non risolve il problema. Perché se davvero la privacy è stata violata — come sostiene lo stesso conduttore — allora bisogna capire chi ha avuto accesso a quei dati, con quali finalità, in quale perimetro operativo. E soprattutto perché proprio quei nomi. Per quale motivo quei 104 soggetti e non altri? Qual era il criterio di selezione? Erano oggetto di una inchiesta giornalistica? Di un approfondimento? Nel fascicolo si parla di materiale «di altissima sensibilità» riferito a personalità della politica e di “nomi Vip”. Non una lista casuale, dunque. Ma una selezione. Con una logica. È qui che il caso Bellavia smette di essere un fatto giudiziario individuale e diventa una questione che investe il metodo. Il metodo di Report. Il metodo con cui si costruiscono le inchieste. Il rapporto tra consulenti esterni e redazione. Il confine tra analisi documentale e uso strumentale di dati sensibili. Se tra quei 104 nomi comparissero giornalisti — magari firme che hanno criticato la trasmissione — la vicenda assumerebbe un peso diverso. Se fossero solo figure oggetto di inchieste giornalistiche in corso, il quadro cambierebbe. Ma finché l’elenco resta coperto da riservatezza, ogni ipotesi resta sospesa.
Una cosa, però, è certa: il servizio pubblico non può permettersi zone d’ombra. Non può limitarsi a respingere l’accusa di “dossieraggio” senza chiarire l’intero perimetro operativo dei propri consulenti. Non può affidarsi a formule generiche quando si parla di dati giudiziari, privacy violata, archivi sensibili. La credibilità di una trasmissione che fa dell’inchiesta il proprio marchio si misura nella coerenza tra ciò che denuncia e ciò che pratica: la trasparenza vale anche per Report? Gli atti saranno presto noti. E allora si potrà capire, a seconda dei nomi contenuti in quella lista, chi c’era dietro e per quali motivi quei nominativi in particolare, invece di altri, siano finiti sotto la lente dello studio Bellavia. Fino ad allora resta una domanda sospesa. Ed è la più semplice di tutte: chi controlla i controllori?
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