Il successo di “Londra” di Louis-Ferdinand Céline (Adelphi) ha colto molti di sorpresa, come accade sempre quando un fantasma letterario bussa alla porta del presente: forse non ha mai smesso davvero di abitare la casa. Dopo “Guerra”, che ne era una sorta di prologo relativamente esile, questo romanzo più ampio e fintamente sgangherato rilancia con prepotenza la cosiddetta “questione Céline”. Ci si chiede, con una punta di imbarazzo e forse di ipocrisia, che cosa continui ad attrarre tante persone di libri senza una trama e pure con mille trame ambientate in luoghi che sembrano concepiti apposta per scoraggiare ogni identificazione morale, popolati da personaggi talmente crudeli da risultare, paradossalmente, credibili. Céline ha ripreso vita (merito anche del traduttore Ottavio Fatica: mai cognome fu più consono ad un’impresa così ardua), riemergendo dal fango non solo ideologico – Céline il nazista! – ma morale nel quale egli era ben consapevole di essere impantanato.

Dunque, nella Capitale inglese si snoda una sarabanda di storie strambe e spesso schifosette, il cui filo tuttavia bisogna seguire fino alla fine. Il sesso qui è disturbante, a dire poco, mischiandosi con la guerra e la povertà facendo una poltiglia che rotola lungo tutto il romanzo: «Mi chiedevo se la guerra sarebbe finita tra uno o dieci anni, come dicevano alcuni. Cercavo di ricordarmi com’erano gli uomini prima della guerra. Erano già una bella accozzaglia di pezzi di merda. Per me, i padroni, i padri, i morali, tutti molto più forti di me. E subito dopo i soldati, peggio mi sento, quelli più che ammazzare non fanno. Sicché, a rifletterci, tra i due sono i magnaccia che capiscono meglio le cose. Quelli magari ascoltano pure, gli altri quando mai». Il soldato Destouches la guerra la conosceva bene, ne era scappato. Situazioni e frasi volgari, anche, ma è Céline, e per così dire gli si passa tutto, o quasi.

In Italia, dove i céliniani non sono mai mancati e somigliano più a una “setta” che a un semplice gruppo di lettori, la scoperta dei manoscritti perduti (una miniera che Adelphi sta facendo conoscere anche in Italia) ha certamente alimentato la curiosità; ma le vendite di “Londra” indicano qualcosa di più profondo, e forse di più inquietante. Una possibile spiegazione è che Céline, oggi, appaia scandalosamente moderno. La sua scrittura, più che un flusso, è un dispositivo: un videogioco prima del videogioco, una jam session linguistica, un murales verbale che sembra non finire mai e che tuttavia, alla fine, trova una sua segreta coerenza. Chissà se qualcuno abbia mai accostato lo scrittore francese al jazz contemporaneo: un po’ renderebbe l’idea. Un immenso spartito in cui ciascuno può andare a cercare ciò che preferisce, a patto di avere il coraggio – o l’incoscienza – di ascoltare.

La trama di Londra

In questo universo super-moderno, dove la scurrilità convive con improvvise accensioni impressionistiche, la storia narrata da Ferdinand – lo stesso io narrante del “Viaggio al termine della notte” – è al tempo stesso elementare e delirante: un disertore sbarcato a Londra che deve sfuggire alla polizia, all’esercito e, soprattutto, alla miseria. Da qui si dipanano vari episodi che sembrano non condurre da nessuna parte, se non nel cuore marcio della città: bordelli, docks, bettole, una Londra viscerale eppure stranamente quieta nella quale un’umanità derelitta risveglia in noi qualcosa di torbido e di inconfessabile. Il manicomio céliniano, con i suoi personaggi grandguignoleschi (tranne uno, il medico Yugenbitz: bella figura, ed è un ebreo!) ci conduce per pagine e pagine, e di corsa.

Forse, seguendo le traiettorie imprevedibili della letteratura, Céline incontra oggi un pubblico abituato a nutrirsi di storie dark, di immaginari scabrosi, di mondi narrativi distopici, come si dice adesso. È solo un’ipotesi, certo. Ma non è escluso che Louis-Ferdinand Destouches, scrittore maledetto per eccellenza, finisca per incrociare – decenni dopo e suo malgrado – un gusto postmoderno, in un’epoca di nuovo attraversata dalla guerra, da bassezze di ogni genere e da ansie insopprimibili.