Noi, esseri umani
L’Unesco ha dichiarato “l’Umanità” patrimonio dell’Umanità
Se serve questo per difenderci, significa che la politica, l’economia e la cultura hanno già mollato
A sorpresa, nella notte, quando la maggior parte dei giornali era già in stampa, l’Unesco ha dichiarato “l’Umanità” patrimonio dell’Umanità. All’infinita lista dei luoghi protetti – la Grande Muraglia, i templi di Bagan o Machu Picchu – e alla più recente svolta immateriale – la pizza napoletana, il tango o la calligrafia araba – si aggiunge ora qualcosa di radicalmente diverso: l’Umanità stessa. La dichiarazione ha una doppia valenza. Da una parte si intende ogni singolo essere umano.
L’Unesco ha dichiarato “l’Umanità” patrimonio dell’Umanità
Dall’altra il riferimento è all’umanità come predisposizione dell’anima: la capacità di provare compassione, di riconoscere l’altro, di esitare prima di colpire. La prima interpretazione ha conseguenze geopolitiche immediate. La Convenzione dell’Aia del 1954 proibisce di colpire i beni culturali protetti durante i conflitti armati. Le forze armate di 133 Paesi firmatari compilano “no strike lists”: elenchi di coordinate da non bombardare. Se ogni essere umano è patrimonio Unesco, ciascuno di noi diventerà, da oggi, area vincolata. Ogni bomba diventa atto di vandalismo culturale. Ogni deportazione, un crimine contro il patrimonio. Esiste un’organizzazione chiamata Blue Shield, definita “la Croce Rossa della cultura”. Protegge monumenti e archivi durante le guerre. Se l’umanità è patrimonio, Blue Shield e Croce Rossa diventeranno la stessa cosa e l’emblema dello scudo blu sarà affisso ovunque ci sia un essere umano. Vale a dire: ovunque.
Il concetto di protezione
C’è un aspetto che il documento affronta esplicitamente. Quando un sito viene iscritto nella lista, gli Stati firmatari sono obbligati a garantire “adeguata protezione legislativa, regolamentare e istituzionale”. Diventando l’umanità patrimonio, le politiche sanitarie, il welfare, la sicurezza alimentare non sono più scelte sovrane, ma obblighi internazionali. Prendersi cura di sé diventa un dovere verso la specie. Un’opera d’arte non può deperire per incuria del proprietario. E ogni altro ci appartiene nella misura in cui ne siamo responsabili. Siamo obbligati a prenderci cura di noi e degli altri.
Lo stato di salute della nostra umanità
La seconda interpretazione colpisce altrove. In questa accezione, l’Unesco iscrive l’umanità – la speranza, la pietà, l’amore – nella Lista del Patrimonio in Pericolo. Accanto ai siti minacciati da guerre e disastri naturali. Questo imporrà al Comitato di chiedere “misure correttive” ai 194 Stati firmatari della Convenzione del 1972. Ogni sei anni l’Unesco verificherà lo stato di salute della nostra umanità, di quella di ciascuno di noi. E dovremo dimostrare di averla custodita. In caso contrario, il riconoscimento potrebbe essere revocato. Nell’era dell’Intelligenza Artificiale e della robotica, questa dichiarazione non è un atto buonista. È un ultimo argine simbolico. Come dire: non sappiamo più come fermarvi, allora almeno vi nominiamo. Si protegge ciò che non siamo più capaci di custodire da soli. Come le foreste, i templi, le lingue morte. Ma se serve l’Unesco per difendere l’umanità, significa che la politica, l’economia e la cultura hanno già mollato. Quando una civiltà deve ricordarsi cos’è l’umanità, vuol dire che l’ha quasi persa. Un patrimonio si eredita per diritto. L’umanità non è un premio per i migliori, ma un dono anche dei peggiori. È un colpo alla retorica meritocratica, performativa, selettiva che domina il nostro tempo. Siamo umani anche quando falliamo. Soprattutto quando falliamo. L’Unesco, nella notte, ci ha ricordato che siamo e restiamo umani. Nonostante tutto. Nonostante noi. Il Comitato ha deciso che a ritirare il riconoscimento, a nome di tutta l’umanità, sarà Jianwei Xun, autore del libro Ipnocrazia, che ha ispirato questo riconoscimento.
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