La vittoria del No al referendum sulla magistratura ha innescato nel centrodestra un effetto domino che in poche ore ha ridisegnato gli equilibri interni alla coalizione. In Fratelli d’Italia le dimissioni del sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro, della capo di gabinetto di Nordio, Giusi Bartolozzi, e della ministra del Turismo Daniela Santanchè hanno liberato caselle e imposto un riassetto accelerato. Giorgia Meloni ha gestito la fase con efficace verticalità, chiudendo rapidamente la partita per voltare pagina. È la grammatica della crisi trasformata in riassetto.

Ma è in Forza Italia che l’effetto domino produce la scossa più significativa. E con una logica più complessa: non semplicemente qualcuno viene sacrificato per rimediare il danno, ma si coglie l’occasione per accelerare un percorso che la famiglia Berlusconi indicava da tempo. Va ricordato che il partito di Tajani si era esposto più di ogni altro alleato nella campagna per il Sì, investendo risorse, mobilitando apparati, costruendo una macchina costosa e capillare. Con un passaggio che ha segnato una discontinuità storica: la discesa in campo di Marina Berlusconi, che con una lettera a Repubblica aveva tentato di riportare il confronto sul merito della riforma, fuori dalle trincee identitarie. La presidente di Fininvest, il giorno del voto, uscendo dal seggio di Milano, aveva auspicato una vittoria da dedicare al padre.

Quella vittoria non è arrivata. E i numeri impongono una riflessione: secondo le stime, l’8% degli elettori azzurri ha votato No. A questo si aggiunge un’astensione attorno al 32% del bacino forzista. Sommando le due componenti, circa il 40% dell’elettorato di riferimento non ha seguito l’indicazione del partito: una quota che ha contribuito in modo pesante allo scarto finale di sette punti tra il No e il Sì.

La risposta non si è fatta attendere. Maurizio Gasparri ha convocato i senatori azzurri a Palazzo Madama con un ordine del giorno che non lascia margini: dimissioni del presidente del gruppo, elezione del successore. Non un gesto spontaneo, ma il punto di arrivo di una manovra orchestrata dal senatore Claudio Lotito, che ha raccolto 14 firme su 20. Tra i firmatari i ministri Casellati e Zangrillo: la volontà viene dal vertice. La regia, secondo diverse fonti, sarebbe riconducibile a Marina Berlusconi, che da tempo chiedeva un ricambio delle prime linee.

Per la successione è stata eletta Stefania Craxi, presidente della Commissione Esteri, che nelle settimane precedenti il voto aveva incontrato a Milano proprio Marina, in un evento organizzato con Letizia Moratti, grande tessitrice silenziosa della trama del partito. Non un ringiovanimento anagrafico, ma un cambio di registro: Craxi porta un profilo marcatamente riformista. Si parla già di un avvicendamento anche alla Camera, dove Paolo Barelli guida il gruppo azzurro, con Deborah Bergamini in pole.

Ed è qui che l’effetto domino rivela il suo significato più profondo. La sconfitta referendaria e l’incrinatura nel proprio elettorato imprimono a Forza Italia un’accelerazione verso una collocazione autenticamente liberale, affrancata dalle forzature retoriche che hanno segnato la campagna del Sì. Nel bilancio che filtra da Arcore, le responsabilità della sconfitta vengono cercate nella gestione complessiva della campagna di coalizione, non solo nel perimetro azzurro. Ora che l’intero centrodestra è in fase di riassetto e le caselle si liberano una dopo l’altra, il riposizionamento di Forza Italia incontra meno resistenze. La questione giustizia era solo uno dei temi sui quali da tempo i Berlusconi vorrebbero riallineare il partito. Resta solo aleggiante nell’aria l’ipotesi che il nuovo corso possa avere effetti anche sulle sorti della segreteria del partito. Il ruolo di vicepremier e soprattutto di ministro degli Esteri – in un periodo che rimane caldo – per ora proteggerebbe Antonio Tajani: la ragion di partito non vale l’indebolimento della sua figura istituzionale.