Fate presto! È chiaro il messaggio lanciato ieri alla Commissione Ue da quei 19 capi di Stato e di governo, guidati dal tandem Meloni-Merz, che si sono incontrati prima del vertice del Consiglio Ue, convocato da António Costa nel castello di Alden Biesen. Un warning che va in scia con quello delle imprese, riunite mercoledì ad Anversa, per discutere del Clean Industrial Deal e capire quanto del famigerato Green Deal si possa mettere da parte. L’offensiva delle Fiandre punta dritto alla burocrazia Ue che, per dirla con le parole della premier italiana, «sta superando ampiamente quello che è il proprio ruolo». Il Consiglio Ue deve dire alla Commissione cosa fare e questa deve arrivare il 19-20 marzo, data del prossimo summit, con in mano delle iniziative concrete in favore della competitività.

Non c’è più tempo da perdere. L’industria energivora europea è sotto pressione. I costi di produzione, la sovracapacità cinese e il protezionismo Usa stanno erodendo quote produttive, posti di lavoro qualificati e autonomia strategica.  Servono misure per ridurre le bollette e la CO2, combattere la concorrenza sleale, promuovere un “Buy European” negli appalti pubblici, semplificare la burocrazia, accelerare investimenti privati e completare un vero mercato unico. Italia e Germania commissariano la Commissione. Le due prime manifatture d’Europa non possono permettersi la melina di Bruxelles, nella quale sono scaduti anche i rapporti, ormai d’annata, su competitività e mercato unico di Draghi e Letta. Ieri anche loro presenti ad Alden Biesen. Però, ammettiamolo, quanto hanno avuto seguito le loro sferzate? E quanto sono coerenti i loro libri dei sogni con questo mondo che cambia a velocità e direzione imprevedibili? Altrettanto non è più accettabile che un qualche altro Paese membro si frapponga alla ripresa, vitale per tutto il continente, delle due economie che hanno pagato il prezzo più salato delle politiche green.

Irlanda e Spagna hanno espresso disappunto per non essere state coinvolte nel pre-vertice. Comprensibile. Anche noi in passato abbiamo fatto anticamera. D’altra parte, se Bruxelles non si muove, sono le singole Capitali a doversi svegliare. Lo spiega proprio Giorgia Meloni, che non chiude alla Francia, la grande esclusa dal matrimonio politico con Friedrich, ma parla di «alleanze variabili in Europa». Peraltro, una partnership, quella italo-tedesca – cui va aggiunta l’appendice belga – che non dev’essere vista come un blocco di granito. Roma e Berlino vanno d’accordo sul taglio ai costi energetici, la revisione del Cbam e del mercato unico, la semplificazione e il rilancio dell’automotive. Ma non c’è armonia sugli Eurobond. «Io sono sempre favorevole», spiega Meloni, per quanto ne riconosca il difetto di essere divisivi. Poi c’è la questione dei fondi di coesione, da non sacrificare in nome delle nuove sfide europee. «Non dobbiamo fare l’errore di considerare la competitività alternativa alla coesione, perché senza coesione tu lasci indietro interi territori, non ci sono le infrastrutture adeguate e dunque mini la competitività».

Italia e Germania: una forza economica, ma anche una voce sola in politica. Senza i popolari di Merz, per interposta persona Weber, e i conservatori di Meloni, a Strasburgo von der Leyen rischia l’osso del collo. È un cortocircuito burocratico e politico, che impedisce alle istituzioni comunitarie di alzare la voce con Trump, trattare peer-to-peer con la Cina e concludere accordi di libero scambio davvero favorevoli per tutti gli Stati membri. Da qui l’intervento dei governi nazionali. Visto che l’Europa non ce la fa da sola, i suoi padri fondatori la riprendono per mano. È meglio di una qualsiasi exit strategy.

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Antonio Picasso, giornalista e consulente di comunicazione. Ha iniziato a scrivere di economia, per poi passare ai reportage di guerra in Medio Oriente e Asia centrale. È passato poi alla comunicazione d’impresa e istituzionale. Ora, è tornato al giornalismo. Scrive per il Riformista ed è autore del podcast “Eurovision”. Ha scritto “Il Medio Oriente cristiano” (Cooper, 2010), “Il grande banchetto” (Paesi edizioni, 2023), “La diplomazia della rissa” (Franco Angeli, 2025).