George Ignatieff nacque nel 1913 a San Pietroburgo da un conte e una principessa. Dopo la Rivoluzione il padre, già Ministro dell’Educazione sotto lo zar, fu incarcerato. Riuscì a fuggire assieme alla famiglia prima in Francia e poi in Canada, dove George crebbe e intraprese la carriera diplomatica. Da una famiglia paterna così fertile di rapporti con la politica internazionale, e quella materna ricca di letterati canadesi, nel 1947 nacque a Toronto Michael, che nei decenni a venire avrebbe lasciato la sua impronta in entrambi i campi. Dopo anni di carriera accademica fra Oxford, Cambridge, Harvard e Toronto, e di pluripremiato giornalismo radiotelevisivo con la BBC, nel 2006 Michael Ignatieff tornò in Canada per impegnarsi in politica, come parlamentare e poi come leader del Partito Liberale. Ora vive a Vienna con la moglie Zsuzsanna, ungherese incontrata a Londra, e insegna storia alla Central European University.

Il suo impegno in politica si è manifestato come un’esigenza.
«Avevo vissuto vent’anni in Inghilterra e cinque negli Stati Uniti. Sentivo di essere uno spettatore nella politica altrui e volevo recuperare quella dimensione».

Non andò bene. Si dimise da leader dopo i pessimi risultati nelle elezioni del 2011, senza abbandonare la sua vocazione liberale ma tornando a concentrarsi sugli impegni accademici, serbando però anche buoni ricordi.
«Un aspetto positivo è stato l’impegno che tanti giovani decisero di esprimere per la prima volta e alcune di quelle amicizie rimangono nel tempo. È stato fantastico entrare nel mondo politico che non mi era familiare, imparando tanto sul mio Paese».

Qual è il compito di un ‘internazionalista liberale’ oggi?
«Dobbiamo ricostruire l’ordinamento liberale internazionale che sta sbriciolandosi. Questo riguarda anche le Nazioni Unite, il cui intervento fu importante in Kosovo ma in altri casi non ha funzionato. Gli internazionalisti liberali devono ripensare la logica degli interventi, nel rispetto costante dei diritti umani, che vengono violati in molti Paesi, incluse alcune democrazie. Spesso intervenire dall’esterno sarebbe inutile e pericoloso. I liberali devono abituarsi a vivere in un mondo illiberale, tollerando regimi con cui dissentiamo dal punto di vista morale e politico, perché l’alternativa sarebbe una guerra continua. Questo approccio solidale ha ottenuto alcuni successi, come la riduzione della mortalità infantile, dell’AIDS e di altre malattie infettive».

Ha paragonato Trump all’Angelo della Storia di Walter Benjamin: non un fenomeno improvviso ma una risposta, anche se distruttiva, ai disastri dei decenni passati.
«Credo che Trump stia guidando una rivoluzione, le cui radici si trovano negli anni ’60. È un baby-boomer nato in un Paese ancora con segregazione razziale, che crescendo si è trovato davanti il movimento per i diritti civili, il femminismo e l’opposizione alla guerra in Vietnam. Sono stati cambiamenti epocali. Trump oggi sta attuando cambi strutturali nella storia americana che potrebbero richiedere decenni per porvi rimedio. Non si tratta di una persona impazzita ma di un movimento che ha già un successore quarantenne, quindi non sappiamo quanto possa durare».

Ci sono periodi storici in cui trova similitudini con i nostri anni?
«Sono interessato a un periodo di cui si parla poco: l’Europa dal 1815 al 1848, dopo il Congresso di Vienna e la sconfitta di Napoleone. Fu un periodo di restaurazione conservatrice ma anche il periodo in cui pensatori come Benjamin Constant, Alexis de Tocqueville e John Stuart Mill gettarono le basi dell’assetto liberale in cui viviamo. Mi dà speranza pensare che periodi di crisi come l’attuale possano generare reazioni positive».

Sono poi arrivati i conflitti del secolo scorso.
«La situazione alla fine degli anni ’30 era la peggiore del secolo e la generazione dei miei genitori non è arrivata a vedere gli ordinamenti liberali nati nel 1945 sulle rovine dell’Europa. Adesso sta lentamente emergendo un nuovo ordine mondiale che è preoccupante ma dobbiamo considerare che anche alle maggiori potenze come Cina, Russia e USA non conviene avere una guerra nucleare».

Dov’è il Canada in tutto questo?
«È una domanda che il mio Paese si sta ponendo. Abbiamo risorse immense ma siamo anche estremamente esposti alla rivoluzione trumpiana, essendo gli USA il nostro vicino e maggiore partner commerciale. Possiamo diversificare e guardare ad altri mercati ma richiede tempo».

Maggiore dialogo basta per cambiare pagina?
«È molto difficile parlare con chi pensa solamente in termini di vincitori e perdenti. Al momento non abbiamo un linguaggio comune ma dobbiamo provare a dialogare, coscienti che si potrebbe arrivare a un punto in cui conta solo la forza, ad esempio con ritorsioni tariffarie. É un periodo duro, dal Canada osserviamo una persona che rivendica il diritto alla sovranità solo per sé e nei suoi discorsi nega il nostro diritto ad esistere. Dal momento in cui vengono pronunciate, le parole iniziano ad avere conseguenze».

Adolfo Sansolini

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