Forse è giunta l’ora di un’inversione di tendenza, o quantomeno di un tentativo di arginare la cinica e montante trasgressione di ogni norma che, soprattutto nel secondo Dopoguerra, ci siamo dati per convivere in pace.

In questo senso, la Nato è uno dei beni da preservare – certamente il primo quando si tratta di sicurezza collettiva – prima che i fatti e la spregiudicatezza con cui essi vengono interpretati ci facciano oltrepassare un altro punto di non ritorno in questo impazzimento generale. Può succedere con la Groenlandia e con le mire ormai esplicite che il Presidente Usa sta mettendo a punto su quello sconfinato territorio. Ne fa un problema di sicurezza nazionale Donald Trump, ma ancora una volta potremmo trovarci in presenza di un falso scopo o di un beneficio collaterale rispetto ad interessi meno nobili, per sé e per gli Stati Uniti.

La Nato prevede esplicitamente questa contingenza. Lo prevede all’articolo 4 del Trattato, nel quale sancisce che “gli Stati membri si consulteranno ogniqualvolta che, a giudizio di uno di essi, l’integrità territoriale, l’indipendenza politica o la sicurezza di una delle parti sia minacciata”. In altre parole, la Danimarca in primis (o qualunque altro Paese membro) dovrebbe chiedere senza indugio una riunione del Consiglio Atlantico per capire se le preoccupazioni di Trump per la sicurezza nazionale siano fondate e per promuovere – in caso positivo – le azioni necessarie. Tutti insieme, come una vera alleanza. Fino ad ora, la consultazione tra alleati è mancata: è stata sostituita da un’acquiescenza acritica alla linea fissata in solitudine dagli Stati Uniti, in continuità con un’accettazione passiva e supina del ruolo dominante dell’azionista di maggioranza che ha contraddistinto da sempre la militanza comune nella Nato. È questo il prezzo pagato agli Usa, a compenso della parsimonia da noi sistematicamente profusa nel far fronte agli impegni della sicurezza e della Difesa.

Le cose però sono cambiate: ci è stato richiesto un riallineamento delle risorse per la Nato, e se il risultato del 5% del Pil dovesse essere raggiunto, l’Europa destinerebbe alla Difesa risorse più consistenti di quelle statunitensi. Anche per questo dovremmo cominciare a rivendicare, nei fatti, una dignità finora accantonata; e il caso della Groenlandia potrebbe essere il primo segnale, il primo campanello d’allarme per Trump. Né si vede con quali argomentazioni lui o il suo delegato nel Consiglio Atlantico possano contestare la legittima preoccupazione di uno Stato membro per la propria ed altrui sicurezza e la richiesta di parlarne tutti insieme per l’adozione di provvedimenti comuni.

Insomma, nessun momento pare più propizio dell’attuale per avviare un processo di mutazione identitaria, per gradi, da una condizione di vassallaggio a quella di alleato con pari dignità, anche perché affrancati dall’accusa di morosità nel far fronte agli impegni sottoscritti. Se poi l’interlocuzione, pure accesa e dura, dovesse tramutarsi in una separazione dei destini, si prenda anche in considerazione preventiva che una Nato senza gli Stati Uniti non sarebbe la fine del mondo, ma una prospettiva sulla quale – con compostezza e discrezione – cominciare a riflettere seriamente.

Leonardo Tricarico

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