Il rilascio di Alberto Trentini segue, è ormai evidente, tutt’altra strada rispetto a quello degli altri italiani ed europei. Intendiamoci: Trentini non solo è innocente, ma è del tutto ignaro delle motivazioni della sua lunga e ingiusta detenzione. Spetta a noi dunque squarciare un velo. Quel velo che rende il caso Trentini così diverso da quello degli altri italiani, spagnoli, francesi e inglesi arrestati in questi anni e ora rilasciati come “segnale di apertura del nuovo governo”, come ha detto, benedicendolo, Donald Trump.

Il motivo dell’arresto di Alberto Trentini è da ricercare nel rapporto tra l’Italia e Rafael Ramirez, uno dei principali oppositori di Nicolás Maduro. Per capire cosa lega Trentini a Ramirez, bisogna partire da quanto successo due mesi prima dell’arresto del cooperante italiano a Caracas. È la metà di settembre del 2024 quando il Tribunale di Roma accoglie le richieste della Procura capitolina e archivia tutte le accuse nei confronti di Rafael Daroo Ramirez Carreño. L’oppositore più temuto da Maduro, delfino di Hugo Chávez e custode di innumerevoli segreti del regime socialista, era indagato dalla giustizia italiana per le ipotesi di peculato e riciclaggio. Reati che avrebbe commesso quando ricopriva la carica di numero uno di Pdvsa, di gran lunga la più importante azienda pubblica del Paese, dato il ruolo strategico del greggio per il Venezuela. Il sospetto è che Rafael Daroo Ramirez Carreño sia il detentore di segreti molto, molto rilevanti per il governo venezuelano di Nicolás Maduro, responsabile delle valigette con cui il regime ha provato a corrompere una dozzina di governi stranieri negli ultimi dieci anni.

Secondo alcune inchieste, come anticipato dal Riformista già nel 2021, tra i destinatari di fondi neri venezuelani – pagati in contante, tramite valigette – potrebbero esserci stati beneficiari della politica in Spagna e in Italia. Ramirez non è dunque una pedina qualsiasi. E Trentini potrebbe essere stato catturato come suo contrappeso. Ricorda il caso di Cecilia Sala, arrestata in Iran per rappresaglia diplomatica. Perché all’indomani dell’archiviazione, disposta dai giudici romani per Ramirez nel settembre 2024, nel regime di Caracas sembra essere scattato l’ordine di cattura per “un italiano”. Così il 15 novembre 2024 Alberto Trentini, arrivato da poco in Venezuela per la sua attività di cooperazione, viene arrestato. Da quel momento sono passati quattrocento giorni. Mentre il caso Trentini resta bloccato, sullo sfondo si è messa in moto una macchina diplomatica e di intelligence senza precedenti. Erano almeno venti gli italiani detenuti nelle carceri venezuelane, molti dei quali classificati da Caracas come prigionieri politici. La metà è stata già liberata. Altri no: rimangono merce di scambio.

A Palazzo Chigi e alla Farnesina si lavora su più piani. Tajani lo ha detto esplicitamente: l’obiettivo è riportare a casa Trentini come “persona fragile”, non come merce di scambio. Il sottosegretario con delega all’intelligence conferma che il lavoro è costante, ma ammette che «ogni canale in più può solo danneggiare la soluzione». Il nodo, però, resta sempre lo stesso: Trentini non è assimilabile agli altri casi.
Ieri Meloni ha detto che il governo italiano «si occupa di questa vicenda quotidianamente da 400 giorni» e che Alberto Trentini non è l’unico italiano detenuto in Venezuela. «Lo abbiamo fatto e lo continuiamo a fare mobilitando tutti i canali politici, diplomatici e di intelligence e non smetteremo di occuparci di questa vicenda fino a quando la signora Armanda non potrà riabbracciare suo figlio».

È questo che distingue Trentini dagli altri detenuti occidentali. Non è un caso giudiziario. Non è un dossier diplomatico ordinario. È un caso politico puro, una pedina incastrata in una partita più ampia che intreccia giustizia italiana, opposizione venezuelana, rapporti con Washington e ferite ancora aperte per il regime di Caracas.

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Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.