Un boato. Poi gli applausi. Le lacrime di un uomo che esce libero dopo 23 mesi di carcere preventivo. Louis Dassilva è innocente, per non aver commesso il fatto: lo dice la Corte d’Assise. Il castello è crollato. Resta in piedi soltanto il danno. Ho seguito questo caso con particolare attenzione. E già dall’inizio era lecito chiedersi su cosa reggesse l’edificio accusatorio. Reggeva su 6 secondi di telecamera — la Cam3 della farmacia di via del Ciclamino — che avrebbe ripreso l’assassino di spalle, nel buio. 6 secondi. Il perito del Tribunale ha stabilito che quell’uomo era un altro condomino. Nel frattempo la Procura aveva costruito sopra quei 6 secondi un’architettura che portava all’ergastolo.

Quando la Cam3 è caduta, si è corsi ai ripari con la cosiddetta «confessione»: un silenzio imbarazzato, un «non cambia niente tra di noi» sussurrato nella sala d’attesa della Questura. Il Gip l’aveva battezzata «presunta confessione» — almeno l’aggettivo era onesto. Poi la perizia genetica: nessun DNA sul corpo della vittima, nessuna traccia sulla scena. L’indagato era biologicamente assente dal luogo del delitto. Eppure è rimasto in carcere.

Beccaria scrisse che la certezza di un piccolo castigo fa più impressione del timore di uno più grave. Aveva capito tutto. Quello che non aveva previsto è l’ostinazione di chi, di fronte al crollo dell’indizio principe, non arretra ma accelera. La Procura ha chiesto l’ergastolo — ergastolo — con 4 aggravanti: una richiesta inversamente proporzionale alla solidità del compendio indiziario. La custodia aveva retto tre Riesami e due Cassazioni, blindata dalla liturgia dei «gravi indizi concordanti»: la telecamera sorretta dalla confessione, la confessione sorretta dalla telecamera, entrambe sorrette da un movente incompatibile con un overkilling a 29 coltellate.

Ora la Procura farà appello. È il suo diritto. Ma varrebbe la pena fermarsi un momento — non per ammettere l’errore, gesto che in Italia costa più dell’ergastolo — per interrogarsi su cosa significa tenere un uomo in carcere 23 mesi sulla base di 6 secondi di video e di un silenzio. Il boato era gioia. Ma aveva dentro qualcosa che assomigliava alla vergogna collettiva. Quella che proviamo quando la macchina della giustizia ci mostra quanto può costare avere ragione.

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