A Kyiv, da cinque anni, la notte di Pasqua non è più buia né luminosa davvero. Le luci non sono mai del tutto accese. Non è solo una scelta simbolica: è prudenza. È abitudine. È guerra. Le campane suonano lo stesso, i fedeli entrano nelle chiese con le candele accese, qualcuno porta il pane benedetto. Ma fuori resta il silenzio teso di una città che ha imparato a vivere con l’idea che un attacco possa arrivare in qualsiasi momento. Dall’inizio dell’invasione russa, il 24 febbraio del 2022, le Nazioni Unite stimano decine di migliaia di vittime civili e milioni di sfollati. Intere città distrutte o svuotate. Eppure, a Kyiv come altrove, la vita continua in una forma ridotta, adattata, sospesa. La Pasqua, in Ucraina, non è più una festa. È una sospensione.

È la quinta da quando la Russia ha invaso il Paese. E il tempo, invece di ricucire, ha cristallizzato tutto. La diplomazia esiste, ma non incide. E la guerra continua a dettare il ritmo. Soprattutto, non esiste oggi un vero negoziato tra Vladimir Putin e Volodymyr Zelensky. Ci sono contatti indiretti, canali aperti, mediazioni. Ma manca ciò che trasforma una somma di tentativi in un processo. La trattativa non è ferma: è dispersa. E questo non è un destino inevitabile. All’inizio della guerra, tra Bielorussia e Istanbul, una possibilità era emersa davvero: neutralità ucraina in cambio di garanzie internazionali. Un equilibrio fragile, ma reale. È saltato rapidamente, travolto da due scelte opposte e incompatibili: Kyiv ha deciso di resistere, sostenuta dall’Occidente; Mosca ha alzato la posta. Da allora, quella finestra non si è più riaperta.

Oggi la diplomazia è diventata un mosaico disordinato: l’Ucraina prova a internazionalizzare la propria formula di pace; la Russia costruisce relazioni parallele con il cosiddetto Sud globale, trovando interlocutori in Cina, India, Brasile. I mediatori si moltiplicano, ma non convergono. La Turchia di Erdoğan mantiene un ruolo pragmatico, come dimostrato dall’accordo sul grano nel Mar Nero. La Cina presidia il tavolo senza forzare una soluzione. Il Vaticano lavora su piani umanitari. Gli Stati Uniti restano centrali sul piano militare, ma evitano di guidare un vero processo negoziale. Il risultato è una diplomazia che gestisce la guerra senza riuscire a fermarla. Ma a questo punto bisogna dirlo senza ambiguità: non è solo un problema di architettura diplomatica. Il problema è politico. E ha un nome preciso: Putin non ha interesse a negoziare. Non perché non esistano canali, ma perché questa guerra, per il Cremlino, resta ancora conveniente.

Mosca non cerca la pace: scommette sul tempo, sulla fatica dell’Occidente, sulla possibilità che il conflitto diventi normalità. Ed è qui che il racconto “neutrale” della guerra smette di funzionare. Perché continuare a parlare di “stallo negoziale” rischia di creare un’equivalenza che non esiste: da una parte c’è un Paese invaso che difende il proprio territorio. Dall’altra c’è un potere che ha scelto di violare ogni regola internazionale e che oggi continua a puntare sull’erosione lenta, più che sulla vittoria immediata. Non è un conflitto bloccato, è una guerra che una delle due parti non vuole chiudere. Nel frattempo, il mondo si è spostato. L’Iran è diventato un nuovo epicentro di crisi, assorbendo attenzione politica e diplomatica. Le tensioni tra Stati Uniti, Israele e Teheran hanno aperto altri tavoli, altre urgenze. E in diplomazia, ciò che non è più esclusivo perde peso.

L’Ucraina resta centrale, ma non più prioritaria, così la pace scivola ai margini. Non perché sia impossibile, ma perché non è più al centro dell’agenda. E questa è forse la trasformazione più pericolosa. Perché, mentre a Kyiv le candele si accendono comunque e le campane suonano nonostante tutto, il rischio è che la guerra diventi normalità. Che si stabilizzi come uno sfondo permanente. Che smetta di interrogare davvero chi potrebbe cambiarne il corso. La Pasqua – tempo di resurrezione per i credenti – è in Ucraina, da cinque anni, il tempo della distruzione e della morte. E della resistenza. La pace non arriva perché Putin non la vuole. Tutto il resto – tavoli, mediazioni, formule – è solo contorno.

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Ho scritto “Opus Gay", un saggio inchiesta su omofobia e morale sessuale cattolica, ho fondato GnamGlam, progetto sull'agroalimentare. Sono tutrice volontaria di minori stranieri non accompagnati e mi interesso da sempre di diritti, immigrazione, ambiente e territorio. Lavoro al The Watcher Post.