Per il rilancio dell’Italia è necessaria un’unione economica tra pubblici e privati

Prima dell’emergenza determinata da Covid-19, ero certo che, nonostante i disastri provocati da alcune decisioni politico/elettorali assurde, assolutamente inspiegabili da un punto di vista economico (80 euro, reddito di cittadinanza, quota 100, per citarne alcune), ci fosse ancora spazio per lavorare a un rilancio del Paese che potesse coniugare la crescita economica con una seria politica industriale e un forte recupero dell’evasione fiscale legato all’utilizzo dei nuovi strumenti tecnologici – che favoriscono anche una riduzione della burocrazia e dei suoi costi. Covid-19 rappresenta quel “cigno nero” che segnerà la totale discontinuità nel mondo dei modelli economici e finanziari pre-esistenti. Oggi la priorità è preservare il maggior numero di vite umane, tuttavia stiamo già entrando nella fase 2 e dobbiamo agire, decidere che cosa fare per la nostra economia.

Per fare questo, è necessario contestualizzare le scelte. A livello internazionale assisteremo alla continuazione dello scontro fra Usa e Cina, con Ue, Federazione Russa e India nel ruolo di comprimari. L’esplosione del virus in Cina e la ripresa graduale delle attività nelle fabbriche cinesi, ancor prima della chiusura delle attività in Europa e negli Stati Uniti, dà a Pechino un vantaggio probabilmente decisivo per rendere vincente la propria strategia di medio termine. La popolazione cinese (quasi 1,5 miliardi di persone), la tecnologia, la forza finanziaria, la capacità di imporre scelte autoritarie da parte del regime che fa capo al presidente Xi Jinping, costringerà tanto gli Usa – anche a causa della miope politica isolazionista del presidente Donald Trump – quanto Ue e Federazione Russa a giocare in difesa.

Che dire di questa Europa? Euro e Bce non possono essere il solo comune denominatore per tenere insieme gli Stati componenti. L’Ue dovrebbe avere una politica comune in materia di politica estera, fisco, commercio, giustizia, economia per poter avere quella voce autorevole che le consenta di sedersi alla pari delle altre grandi nazioni (Usa, Cina, Federazione Russa). Che cosa dobbiamo, dovrebbe fare l’Italia? Il momento è quello giusto: il grande sforzo finanziario che il Governo e il Paese dovranno fare, sia programmato e indirizzato a rompere quei tabù che non ci hanno permesso di sfruttare appieno i vantaggi portati dalla globalizzazione.

I grandi capitoli che dovranno essere affrontati sono quattro: 1 – welfare (sanità); 2 – attività produttive e servizi; 3 – istruzione e ricerca; 4 – giustizia. Che cosà sarà necessario per avere successo? Tre sono i punti:
1 – una chiara visione strategica di medio periodo definendo a priori i punti di forza e di debolezza dei nostri settori produttivi, analizzando e intervenendo par favorire la crescita di quelli che dovranno essere le aziende locomotive per rilancio del nostro Paese.
2 – Una grande immissione di liquidità collegata a una profonda semplificazione burocratica, con l’introduzione di nuovi strumenti finanziari fiscalmente attrattivi, per attuare quel circolo virtuoso di grandi investimenti sia pubblici che privati. Il modello vincente dovrà essere la complementarità e l’integrazione fra pubblico e privato.
3 – Bisogna puntare sulle competenze. Se vogliamo ridisegnare il futuro economico dell’Italia non possiamo prescindere da una condizione: dobbiamo riunire tutte le forze professionali migliori. Non è vero che uno vale uno, nei singoli settori per poter essere vincenti dobbiamo avere i più bravi.

Al contempo sintesi e motore propulsore della mia proposta – da fare subito – è un mega fondo d’investimento pubblico-privato con protezione prioritaria degli investitori privati (istituzionali, professionali), per esempio prevedendo una liquidation preference in caso di disinvestimento, che possa individuare gli interventi, tramite specifici fondi settoriali, nelle aziende che saranno colpite dalla depressione economica dei prossimi mesi, garantendo non solo l’occupazione, ma anche favorendo le ristrutturazioni e eventualmente le riconversioni produttive che possano garantire la vita nel tempo delle imprese. Il fondo, che dovrà avere una dotazione di almeno 100 miliardi (80 pubblico e 20 privato) sarà in grado con la leva finanziaria di poter intervenire con investimenti per un ammontare di circa 200 miliardi di euro, che reputo sufficienti per intervenire sul rilancio imprenditoriale del Paese.

Questo fondo, che denominerei “l’Italia che sarà”, dovrà essere anche il motore per unire Nord e Sud e ridurre se non eliminare il divario che ancora esiste fra le due Italie, pianificando anche la copertura del gap tecnologico. Per far funzionare l’intero progetto, abbiamo bisogno di competenze. Qui dobbiamo rivolgerci al grande senso civico degli italiani e di quella classe dirigente, che oggi occupa posizioni di grande responsabilità nelle aziende pubbliche e private in Italia e all’estero. Anche in campo economico/finanziario dobbiamo fare appello ai professionisti, che possano affiancare gli imprenditori e il fondo affinché i rilanci aziendali vadano nella direzione giusta e possano permettere quel salto di qualità che tutti ci aspettiamo. A questo proposito, Semplice Italia, l’organizzazione di cui mi onoro di essere presidente, lancia l’hashtag #iocisono, invitando tutti coloro che sono disponibili a partecipare a questo progetto a inviare il loro curriculum alla casella  segreteria.presidenza@sempliceitalia.it.