Esteri
Perché chiedere il “curriculum” alle Ong di Gaza è diritto di Israele
Sarebbe stato possibile criticare la scelta israeliana di sottoporre a controlli le organizzazioni umanitarie, ma senza ricorrere all’argomento falso secondo cui, in quel modo, Israele vorrebbe affamare la popolazione palestinese.
Sarebbe stato possibile contestare quella decisione, ma senza spacciare la notizia secondo cui Israele avrebbe messo al bando la generalità delle organizzazioni umanitarie, vale a dire una notizia falsa giacché il blocco riguarda soltanto le sigle che si sono sottratte a quei controlli. Sarebbe stato possibile contestare l’appropriatezza delle misure restrittive che Israele ha concretamente applicato in questo o quel caso particolare, ma senza far finta che non esistessero le ragioni di sicurezza che ne hanno reso necessaria l’adozione.
Quelle organizzazioni umanitarie operano in una società diffusamente contaminata da realtà terroristiche insinuate ovunque, dal sistema sanitario a quello educativo, nella gestione degli aiuti e nelle attività di assistenza sociale. Richiedere i nomi e il curriculum di militanza di chi entra in quella zona non è un gesto di arbitraria invasione della riservatezza, come qualche forsennato è giunto a sostenere: è un elementare presidio di sicurezza messo in campo sulla scorta di troppi, documentatissimi episodi di collusione delle organizzazioni umanitarie con le forze terroristiche locali.
Se quelle organizzazioni sono renitenti al dovere di rendersi trasparenti è esattamente perché hanno accettato che i propri ranghi fossero infestati da personale compromesso. È un loro diritto pretendere che l’azione umanitaria sia uno strumento di contrasto delle politiche difensive israeliane. Ma Israele ha il diritto di respingere quella pretesa.
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