Incontriamo Pina Picierno, vicepresidente del Parlamento europeo e delegata ufficiale per la Giornata della Memoria e per la lotta all’antisemitismo, proprio nel Giorno della Memoria più contestato della storia recente. Non vengono meno le considerazioni in cui si mescolano le inevitabili polemiche sul ddl Delrio contro l’antisemitismo emergono resistenze anche dentro il PD.

Picierno, perché il suo partito fatica a schierarsi con chiarezza su una misura che dovrebbe essere identitaria per una forza progressista?
«Il dibattito pubblico è avvelenato da violenza razziale e rigurgiti antisemiti che non stiamo contrastando con sufficiente determinazione. Il ddl Delrio va nella direzione giusta. Non può esserci convivenza democratica se l’antisemitismo è tollerato. Oggi è diventato un collante tra estremismi diversi e colpisce anche chi è vicino alle comunità ebraiche. È un errore regalare alla destra una patente di affidabilità su questi temi. Il sionismo è nel DNA della sinistra italiana. Per questo continuo a promuovere, dentro e fuori il Parlamento europeo, iniziative con un filo chiaro: la memoria è cultura, parte fondante della nostra comunità europea».

L’antisemitismo in Italia cresce da mesi: aggressioni, intimidazioni, slogan nelle piazze. È stato sottovalutato il fenomeno?
«Sì, gravemente. E si manifesta in molte forme, compresa quella più subdola dell’antisionismo usato come foglia di fico. Si confondono deliberatamente le responsabilità di un governo con il diritto all’esistenza di un popolo e di uno Stato. È una confusione tossica che genera mostri. Ogni volta che riemerge l’antisemitismo non viene messa a rischio solo la sicurezza degli ebrei, ma la tenuta dell’intero spazio democratico».

Le università sono diventate uno dei fronti più tesi: docenti isolati, studenti minacciati, rettori sotto pressione. Che impatto ha questa radicalizzazione sulla qualità del dibattito pubblico?
«Ho incontrato studenti e realtà universitarie in tutta Europa in questi mesi. Le università sono storicamente luoghi di confronto, anche duro. Ma quando una minoranza aggressiva prende in ostaggio il dibattito e usa l’intimidazione contro studenti e docenti non siamo più nel campo della libertà di pensiero. È violenza, punto. E attenzione: questo clima rischia anche di offrire un alibi per svolte repressive. Un errore grave. Le nostre università non hanno bisogno di repressione, hanno bisogno di responsabilità».

Da dove nasce questa nuova campagna d’odio antiebraico? È solo l’effetto del conflitto mediorientale?
«No. È un odio che attraversa le nostre società da sempre e che riaffiora ciclicamente, soprattutto nei momenti di insicurezza collettiva. Come ricordava Rav Jonathan Sacks, “l’antisemitismo è il segnale d’allarme di una società malata: quando gli ebrei non sono al sicuro, nessuno lo è davvero”. È una gramigna che va strappata appena rispunta. In questi giorni al Parlamento europeo abbiamo ascoltato la testimonianza di Tatiana Bucci, visto il film Storia di Sergio e accolto il progetto di docenti e studenti del Conservatorio di Santa Cecilia, che recupera la musica dei compositori ebrei perseguitati, uccisi o costretti all’esilio dal nazismo tra il 1933 e il 1945. Quella musica fu resistenza. Tutto comincia quando si nega l’umanità dell’altro, quando un popolo diventa un’entità astratta da colpevolizzare, quando il silenzio si trasforma in complicità».

L’antisemitismo è storicamente un acceleratore dei populismi. Oggi sembra fare da collante tra nuove destre e una parte della sinistra radicale. Qual è il rischio per la democrazia italiana?
«In Europa ho promosso una Task Force parlamentare contro l’antisemitismo e un confronto costante tra istituzioni, associazioni e società civile. Per contrastare la saldatura tra vecchi e nuovi populismi, tra vecchi e nuovi odi razziali, servono buone pratiche condivise e soluzioni nuove. La democrazia non è mai acquisita: va continuamente rafforzata e protetta. E bisogna dirlo senza giri di parole: l’attuale contesto politico italiano offre pochissimi spunti incoraggianti».

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Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.