Vladimir Putin prova a riprendersi il centro della scena. E in questo piano, il contributo di Donald Trump rischia di essere decisivo. La telefonata di lunedì tra i due presidenti ha certificato che la linea diretta tra il Cremlino e la Casa Bianca è rimasta attiva anche in questo periodo di guerra all’Iran e di paralisi nel negoziato sull’Ucraina. Ma è proprio il conflitto contro la Repubblica islamica a far sì che il leader russo torni sul palcoscenico della diplomazia.

Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha spiegato che lo “zar” ha consegnato a Trump alcune proposte per risolvere l’escalation nel Golfo Persico. “La Russia è pronta a fornire assistenza al meglio delle sue capacità e sarà lieta di farlo” ha commentato Peskov. E se Trump, dopo la telefonata, ha confessato che il presidente russo “vuole essere d’aiuto” sul Medio Oriente, il giorno dopo a parlare è stato l’inviato speciale Steve Witkoff, che ha anche affermato che Putin ha smentito le indiscrezioni sull’intelligence russa che stava supportando i Pasdaran. “Possiamo credergli sulla parola”, ha aggiunto Witkoff. E questa “rassicurazione”, fornita dall’inviato del presidente Usa, conferma ancora una volta la fiducia che il circolo di Trump ripone nel Cremlino.

Putin, del resto, ha tutto l’interesse a giocare la sua partita con Trump sul fronte mediorientale. E il leader russo non ha perso tempo. Ieri ha telefonato al presidente iraniano Masoud Pezeshkian per la seconda volta dall’inizio della guerra. E se Teheran ha ringraziato Mosca “per il suo sostegno, in particolare per aver fornito aiuti umanitari”, il Cremlino ha confermato che la linea del presidente russo è quella “di una rapida de-escalation del conflitto e della sua risoluzione attraverso mezzi politici”. Nessuno sa quali siano stati i contenuti della telefonata, anche se è probabile che Putin abbia riportato le idee discusse con Trump per la fine dei bombardamenti. Da Mosca hanno ribadito gli stretti contatti anche con le varie monarchie del Golfo, partner fondamentali della Russia sia sul piano politico e di sicurezza che su quello energetico.

E l’impressione è che la Federazione sia di nuovo in rampa di lancio per ottenere vantaggi da una crisi che le offre almeno tre risultati: la distrazione di Trump e dell’Europa dall’invasione dell’Ucraina; la possibilità di aiutare il tycoon a un accordo ricevendo in cambio alcune concessioni; e la possibilità di avvantaggiarsi nel grande gioco delle forniture di gas e petrolio, in particolare grazie al blocco dello stretto di Hormuz. Una partita che si intreccia alla perfezione, a discapito dell’Ucraina, il cui presidente Volodymyr Zelensky (che ha detto di non sapere nulla della telefonata tra Putin e Trump) non può nascondere una certa preoccupazione.

Washington sta utilizzando i propri arsenali contro l’Iran rischiando di bloccare il flusso di armi per l’esercito di Kyiv. The Donald continua a essere molto più interessato al punto di vista del capo del Cremlino rispetto a quello di Zelensky, e tutto ciò nonostante quest’ultimo abbia deciso di sostenere i Paesi del Golfo con esperti e tecnologie per intercettare i droni iraniani. Il presidente ucraino ieri ha annunciato che gli Stati Uniti hanno proposto un altro round di colloqui trilaterali per la prossima settimana. L’ipotesi è che questo vertice si terrà o in Svizzera o in Turchia.

E nei corridoi di Bruxelles, il sospetto è che Mosca stia traendo un enorme vantaggio da tutto questo arco di crisi. Il presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, alla Conferenza degli Ambasciatori dell’Ue ha detto chiaramente che “finora, c’è un solo vincitore in questa guerra: la Russia”. “Restiamo determinati come sempre a sostenere l’Ucraina ed esercitare la massima pressione sulla Russia” ha dichiarato il commissario europeo all’Economia, Valdis Dombrovskis, nella conferenza stampa che ha chiuso l’Ecofin. Ma la doppia partita Iran-Ucraina che giocano Mosca e Washington rischia di mettere Zelensky di nuovo all’angolo.