Una colonna di fumo nella periferia sud di Beirut. Un’immagine chiara. Che da subito non ha avuto bisogno di una firma. La risposta israeliana a Hezbollah è arrivata nella roccaforte della milizia sciita, la zona della capitale che è il suo santuario. Il raid chirurgico ha preso di mira il consiglio della Shura di Hezbollah ad Harat Kharik. E l’obiettivo era il comandante filoiraniano responsabile della strage della comunità drusa di Madjal Shams. La risposta “severa” è dunque arrivata. Ma il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, sa che prima o poi il nodo del fronte nord va risolto. Dal 7 ottobre, l’area che comprende il sud del Libano e la parte settentrionale dello Stato ebraico è il teatro di una continua guerra a bassa intensità tra le Israel defense forces ed Hezbollah. E dopo mesi di allarmi per un possibile conflitto su vasta scala, lo scenario è apparso sempre più concreto.

Ieri, l’Idf aveva dichiarato di avere già colpito dieci obiettivi di Hezbollah. Ma il lancio di altri razzi contro il kibbutz HaGoshrim – dove un civile israeliano è rimasto ucciso – è stato solo l’ultimo episodio di sangue. Un problema enorme per Netanyahu. A cui si aggiunge il fatto che il fronte nord non è composto solo dal Libano, ma anche dalla Siria. Il Paese mediorientale, a nord di quelle alture del Golan teatro della strage di Madjal Shams, è da anni uno dei grandi fronti della guerra-ombra tra Israele e Iran. Il leader siriano Bashar al-Assad, ferreo alleato della Russia di Vladimir Putin, è anche profondamente legato all’Iran. E i Guardiani della Rivoluzione, in particolare le brigate al Quds, negli anni della guerra in Siria e in quelli successivi si sono ramificati nel Paese fino a renderlo un grande corridoio che unisce le forze iraniane al Mediterraneo. Il nuovo presidente dell’Iran, il riformista Masud Pezeshkian, aveva già chiarito all’omologo francese Emmanuel Macron di “gravi conseguenze” in caso di attacco dello Stato ebraico in Libano. Una minaccia inevitabile visto il profondo rapporto che unisce Teheran a Hezbollah. Ma per l’Iran e per il suo duello con Israele, lo snodo siriano resta un punto strategico altrettanto fondamentale. E lo confermano le notizie che sono giunte ieri mattina.

L’Osservatorio siriano per i diritti umani, la ben nota organizzazione con sede nel Regno Unito e che per anni ha rappresentato il tramite mediatico tra i ribelli e il resto del mondo, ieri ha riferito di una serie di attacchi missilistici contro basi militari vicino Daraa, nel sud della Siria, in particolare a Tal Jayba e Tal Umm Houran. I media statali di Damasco hanno evitato di confermare la notizia, riportata però da alcuni media israeliani. Tuttavia, non è un mistero che da anni la Siria sia oggetto di raid da parte delle forze dello Stato ebraico per colpire Hezbollah, le milizie sciite siriane e tutto il sistema di approvvigionamento che unisce e sostiene la costellazione di forze che fa capo alla Repubblica islamica dell’Iran. E questo bombardamento notturno, per Assad e il suo establishment militare, è un segnale da non prendere sottogamba. Perché la Siria può effettivamente essere inglobata in quel fronte nord a cui Netanyahu e la politica israeliana vogliono dare una soluzione definitiva. Damasco lo sa, e lo sanno anche le cancellerie mondiali.

Il Cremlino è il primo ad avere tracciato già delle linee rosse su come e dove colpire in Siria. Ma se per la Russia e l’Iran è scontato che Israele non colpisca in maniera indiscriminata tra Damasco, Aleppo, Daraa e le altre aree del vicino settentrionale, anche gli Stati Uniti in questa fase vorrebbero evitare che l’incendio dilaghi ovunque. La Siria è un ginepraio da cui Washington ha cercato di disimpegnarsi per molto tempo. La Giordania, lì vicino, è oggetto da tempo delle influenze iraniane su molti strati della popolazione. L’Iraq, non lontano da lì, è la culla di milizie che si sono già dimostrate capaci di attaccare le basi americane e puntare anche sul territorio israeliano. Lo scenario è complesso, l’equilibrio fragile. Hezbollah, che ieri ha respinto le richieste della diplomazia di evitare rappresaglie in caso di attacco israeliano, ha già evacuato molte postazioni in territorio siriano. Segno che non è da escludere un allargamento del conflitto. E mentre le operazioni continuano nella Striscia di Gaza, Netanyahu sa che il problema del nord va risolto prima che diventi un nuovo tema di protesta di un’opinione pubblica sempre più frustrata da una crisi senza fine.