Verso il voto
Referendum 22-23 marzo, cosa voteranno gli italiani. Sui social il “Sì” fa più interazioni: i monitoraggi
A scanso di equivoci è necessario fare una precisazione di metodo: i dati che vengono raccolti da qualsiasi monitoraggio di conversazioni digitali, post social o articoli, non sono e non possono essere considerati alla stregua di un sondaggio. Il listening, per quanto ricco di informazioni, non ci dirà mai per chi o cosa voteranno gli italiani, anche se si parla di referendum o di giustizia. Quindi, con buona pace dei vincoli normativi che vietano la diffusione pubblica di sondaggi a ridosso delle elezioni, qui abbiamo a che fare con altro: ci troviamo in una cava a cielo aperto dalla quale estrarre alcune vagonate di dati da commentare con un minimo di buonsenso.
Intanto, partiamo da un primo livello quantitativo per comprendere la profondità della polarizzazione che in queste settimane ha catturato la nostra attenzione. Negli ultimi trenta giorni, le conversazioni online che contengono un chiaro riferimento al Sì hanno incassato un numero maggior di menzioni e di interazioni rispetto a quelle dove la parola referendum era associata al No. Una crescita che è partita dalla fine di gennaio e che è continuata per tutto il mese di febbraio fino a questo primo scorcio di marzo. Anzi, la forbice si sta allargando proprio negli ultimi giorni.

Il bilancio provvisorio presenta un saldo a favore del Sì pari a 10,2 milioni di interazioni, mentre la somma delle interazioni sul No arriva a 7,2 milioni. Due dati e una distanza che di per sé non raccontano tanto, se questi numeri non vengono inseriti nel contesto che li ha generati e che a sua volta condiziona l’opinione pubblica digitale. Prima di entrare nel merito degli inneschi della polarizzazione referendaria, è opportuno effettuare anche un secondo monitoraggio per capire se questa differente capacità di attenzione digitale rimane anche quando online si parla di Giustizia. Ovviamente, sempre legandola al Sì e al No. In questa ricerca parallela la polarizzazione è ancor più strutturata e la forbice tra si allarga ancor di più. Le conversazioni che contengono il termine Giustizia e Sì ottengono 12,9 milioni di interazioni, quelle invece con il No si fermano a 5,7 milioni in totale.
Ma, osservando diacronicamente i picchi delle menzioni possiamo notare due diversi momenti in cui il dibattito digitale si è infiammato: agli inizi di febbraio, quando il Procuratore Nicola Gratteri ha bollato gli elettori del Sì come “gli indagati e gli imputati”, e pochi giorni fa con i video pubblicati da Giorgia Meloni. A questo punto, con i numeri digitali squadernati in modo chiaro, è possibile passare dal dato quantitativo a una interpretazione qualitativa. Le scelte comunicative messe in campo dai sostenitori del No, da Barbero a Gratteri, hanno contribuito a risvegliare dalla sonnolenza e dalla pigrizia – considerato che fino a dicembre il risultato era largamente compromesso per il No – il pubblico digitale del Sì. Queste scelte, pur di catturare l’audience, hanno funzionato da campanello d’allarme per ridestare quel pubblico che solo carsicamente propendeva per il Sì o peggio ancora non se ne fregava affatto del referendum. Infine, per comprendere l’ampiezza della forbice, è arrivato l’innesco di Meloni, nella cui trappola cognitiva sono immediatamente cascati diversi esponenti politico-istituzionali del fronte del No.
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