Questa campagna referendaria ci ha regalato emozioni di cui avremmo fatto sinceramente a meno. Il paradosso vero è che dopo anni passati a parlarci di “competenza”, a schernire chiunque non avesse il curriculum adatto, ci hanno rifilato come portavoce del “No” una schiera di comici, attori, influencer, figure acerbe sotto il profilo giuridico, ma scelte appositamente per sfruttare la loro familiarità con il pubblico e sviare il senso della riforma. Perché è evidente a tutti che i sostenitori del No non hanno la capacità di argomentare, ma si arrovellano nel ripetere frasi fatte e slogan puerili.

Quando mancano poco più di dieci giorni al voto, pensavamo – ingenuamente – che la compagnia teatrale del “No” avesse chiuso le adesioni e si fosse limitata ad arruolare, come punte di diamante, giuristi del calibro di Giovanni Storti del trio “Aldo, Giovanni e Giacomo” oppure Elio Germano, notissimo costituzionalista, per non dimenticare due sagaci dottori della legge come Ficarra e Picone, e il mancato pm Pif. Invece, dopo intenso studio della nostra costituzione, approda quale primus inter pares niente poco di meno Alessandro Gassman.

Costoro sono stati arruolati per ripetere la lezioncina abilmente confezionata, dimostrando però di non conoscere affatto il testo della riforma oppure la nostra stessa costituzione, che prevede – come più in generale il nostro ordinamento – il ricorso al sorteggio. Eppure il fronte del No seguita ad invocare i padri costituenti e l’essenza della costituzione, dimostrando di non conoscere affatto né la costituzione né i lavori dell’Assemblea Costituente. Ma soprattutto di ignorare i dibattiti interni alla celeberrima seconda sottocommissione, incaricata di affrontare l’ordinamento costituzionale.

Sulla magistratura il confronto fu serrato e ben lontano da quel coro unanime che ci viene raccontato. Celebre la battuta di De Gasperi che, ad un magistrato proteso a lodare la sopravvivenza della magistratura nel ventennio, ricordò di essere stato condannato al carcere con prove false da un tribunale ordinario sotto il fascismo. Il timore dei nostri “padri costituenti” era proprio quello che all’indipendenza si sostituisse l’impunità e, per dirla con Giovanni Falcone, si finisse per “confonderla con l’irresponsabilità”. Il punto su cui si posò l’occhio critico dei “padri costituenti” era il timore che si andasse a produrre – come poi del resto è avvenuto – uno squilibrio tra poteri dello Stato. Perché l’indipendenza della magistratura, sacra e inviolabile, non può prescindere dal rispetto di un confine inviolabile che coincide con il ruolo e le funzioni degli altri due poteri: l’esecutivo e il legislativo.

Di più, sono stati proprio “i padri della Costituzione” a volere l’art. 138 della Carta, che ne disciplina la procedura di modifica. Perché la garanzia non risiede nella preservazione di una forma di originalità, ma nella rigidità come principio. Dunque la nostra costituzione non può essere modificata con legge ordinaria, e pertanto il governo non potrebbe in alcun modo limitare la magistratura. Tutto il resto è il frutto di panzane propagandistiche.

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Nato nel 1994, esattamente il 7 ottobre giorno della Battaglia di Lepanto, Calabrese per grazia di Dio e conservatore per vocazione. Allievo non frequentante - per ragioni anagrafiche - di Ansaldo e Longanesi. Direttore di Nazione Futura dal settembre 2022 a maggio 2025. Oggi e per sempre al servizio della Patria. Fumatore per virtù - non per vizio - di sigari, ho solo un mito: John Wayne.