È un riflesso poco scandagliato della riforma Nordio, se dovesse passare al referendum del 22 e 23 marzo: l’ipotesi che nasca un’“altra Anm”, diversamente detta. O sorgano più associazioni che rompano il monopolio dell’Associazione nazionale magistrati come portavoce delle toghe italiane; più precisamente una o più associazioni concorrenti.

Referendum giustizia, cosa succede se vince il Sì

È quasi certo che l’entrata in vigore della riforma, avrebbe come effetto la separazione, oltre che delle carriere requirenti e giudicanti, anche della rappresentanza: molto probabilmente il referendum farà sorgere un’organizzazione dei giudici e una diversa dei pubblici ministeri. O anche un’associazione che si distinguerà dalla posizione assunta dall’Anm contraria alla riforma Nordio e iperattiva, ogni oltre previsione, nella propaganda referendaria; e nel negato, ma innegabile, patto con i partiti di opposizione, siglato da Dario Franceschini con l’intervento-messaggio fatto al Senato, il 22 luglio scorso: il capogruppo del Pd, stratega di antica scuola, promise allora ai magistrati in ambasce che la sinistra non avrebbe perso tempo a “contestare i singoli aspetti della riforma”, si sarebbe, invece, concentrata a raccogliere tutto il mondo progressista nell’ordalia referendaria “pro o contro il Governo Meloni, oltre il merito”; fino alla difesa estremista dell’Anm le cui correnti – disse – “svolgono una funzione di mediazione, di bilanciamento, di ascolto collettivo”: un giudizio elegiaco come mai si era visto, del tutto stridente col senso comune e con lo stesso magistero del Presidente Mattarella il quale ha pronunciato parole molto severe “sul ruolo e sull’utilità stessa delle correnti interne alla vita associativa dei magistrati” (18 giugno 2020).

L’eccezione italiana. Oggi il 97% delle toghe è in Anm

D’altronde, soltanto in pochi Paesi europei (Belgio, Portogallo, Slovenia) i magistrati sono riuniti in un unico organismo come in Italia. Rocco Maruotti, segretario dell’Anm, fa un vanto della totalità: “Nessun Paese in Europa ha un’Associazione nazionale magistrati come la nostra che riunisce il 97% delle toghe”. All’estero è diffuso, invece, il pluralismo associativo: “ideologico” con divisioni di massima tra progressisti e moderati, con i primi che si attribuiscono tale connotazione con maggiore disinvoltura, quasi un distintivo di orgoglio; e i secondi portati a un profilo cauto, meno esposto. In caso di prevalenza del Sì nella consultazione, la liberazione delle correnti dalle pratiche lottizzatorie, ne farebbe prevalere un auspicabile servizio di orientamento culturale. Certo è che dove vige la separazione delle carriere – pressoché ovunque – i pubblici ministeri preferiscono una strutturazione distinta dai colleghi giudicanti.

Il pluralismo delle opzioni è sempre meglio del monismo

Ora, il pluralismo delle opzioni è sempre meglio del monismo perché dà spazio a una dialettica tra visioni della giustizia, tra culture della legalità e interpretazioni deontologiche del proprio ruolo; anche tra letture della Costituzione, se vogliamo. La concezione da sindacato unico disegna piuttosto l’Anm come impropria parte di una lotta di classe immaginaria, anche un po’ infantile – inclusi scioperi e coccarde “rivoluzionarie” – che vede come controparte il governo; il quale rappresenta lo Stato. Ma la magistratura è anche lo Stato, non è al di fuori di esso. È un suo “ordine”, che inutile girarci intorno, è un “potere” della Repubblica; il che legittima la difesa e la coltivazione dell’indipendenza, ma soggiace anche a una responsabilità. Questo, credo, fosse anche il senso dell’appello ai magistrati – volutamente travisato – della presidente del Consiglio nella conferenza stampa di inizio anno: ciascuno svolga funzioni distanziate, ma in uno spirito di leale collaborazione: salus rei publicae suprema lex esto. Potrebbe essere diversamente?

Carmelo Briguglio

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