C’è un video che circola. Protagonista: Giuseppe Tango, giunta ANM. Location: Rouge et Noir, Palermo. Le parole: “Occorre impegnarsi per arginare la deriva autoritaria. Dopo la primavera la legge potrà essere non più uguale per tutti”. E: “La storia ci richiede di impegnarci adesso: ora o mai più”. Ora o mai più. La storia che chiama. Questo è peggio di un crimine, è un errore. Ma qui siamo oltre: è tragicomico. La riforma che secondo Tango porta alla “deriva autoritaria” è stata promulgata dal Presidente Mattarella. Se il Presidente della Repubblica ha promulgato una legge costituzionale, quella legge non è eversiva. È la Costituzione. Punto. Definirla tale significa porsi al di sopra del giudizio del Garante della Costituzione.

Sul referendum: si vota sì, si va in un senso; si vota no, si va in un altro senso. Ma qui si è smarrito il senso più importante: il buon senso. “Ora o mai più” tradisce sopravvalutazione della propria figura. Il magistrato-salvatore chiamato dalla Storia. Montesquieu ricordava che non vi è libertà se il potere giudiziario non è separato da legislativo ed esecutivo. Ma intendeva la separazione come sistema di limiti reciproci, non supremazia. Tanto meno immaginava giudici custodi supremi contro le determinazioni del Presidente della Repubblica. Giuseppe Tango è un giudice del lavoro a Palermo. Preparato, certamente. Un leader di corrente. Ma un giudice come tutti gli altri. Non il padre della patria. Quando invoca “deriva autoritaria” per una riforma promulgata dal Garante della Costituzione, rischia quella retorica che, sia pure involontariamente, potrebbe istigare comportamenti davvero eversivi. Sono queste dichiarazioni a delegittimare la magistratura associata. Non il governo. Non la riforma. I magistrati associati stessi, quando si ergono a salvatori. Se la magistratura associata premia dichiarazioni apocalittiche, il problema non è la riforma. È una corporazione che ha smarrito senso di funzione, misura, limite. E buon senso.

Dottor Tango, la tranquillizzo. Nella maggior parte dei Paesi europei funziona esattamente così. Addirittura in alcuni il pubblico ministero è sottoposto all’esecutivo. E funziona certamente non peggio che da noi. Non ci sono stati colpi di Stato. Non ci sono state eversioni costituzionali. Non è crollata la democrazia. Non è venuta meno l’uguaglianza davanti alla legge. Di eversivo, semmai, rimane il clima e il tono con cui sono state pronunciate critiche che, pur legittime, hanno operato una delegittimazione preventiva del Parlamento, del Governo e persino del Presidente della Repubblica che ha promulgato la legge. Confrontiamoci, allora. Riusciamo a confrontarci senza questi toni apocalittici? In punta di diritto, che è quello che serve ai cittadini? Perché questo, mi permetto di dirlo, non è un buon servizio di informazione. È allarmismo. I cittadini meritano argomenti, non profezie. Meritano ragioni giuridiche, non retoriche sulla fine della democrazia.

La riforma si può criticare. Si deve criticare, se la si ritiene sbagliata. Ma con gli strumenti del diritto, non con quelli del catastrofismo. Altrimenti, alla fine, a perdere credibilità non sarà la riforma. Sarà chi la critica. Facciamo un confronto serio, dottor Tango. Ne vale la pena. Per noi. Per i cittadini. Per la democrazia che lei dice di voler difendere.

Stefano Giordano

Autore