Democrazie in Progress
La Costituzione non è intoccabile
Referendum, la democrazia non è morta ma ha un problema: non riusciamo più a riformare
Un’alta partecipazione senza però spiragli riformatori sono il preludio di una democrazia comunque in declino
Ho scritto un libro qualche mese fa intitolato “Chi ha ucciso la politica – Quando e perché abbiamo iniziato a odiare la democrazia?”, per anni abbiamo letto la crisi della partecipazione come il segnale più evidente di una democrazia che si stava svuotando. Astensione in crescita, sfiducia nei partiti, distanza sempre più marcata tra cittadini e istituzioni. Un quadro che sembrava ormai consolidato.
Poi arrivano i dati dell’ultimo referendum costituzionale e quel quadro, più che smentito, viene complicato. L’affluenza sfiora il 60%. È un dato alto, soprattutto se confrontato con le europee. Ma il punto non è solo quanto si è votato, ma chi è tornato a votare. Parliamo di oltre 25 milioni di persone che alle europee avevano scelto l’astensione. Un terzo di quel bacino, circa 8 milioni e mezzo, è rientrato. Questo da solo basterebbe a dire che la partecipazione non è un tema morto, ma la faremmo fin troppo semplice.
Dentro questo ritorno c’è un dato ancora più netto: quello dei giovani. La Gen Z passa dal 45% al 67% di affluenza. Non è un’oscillazione fisiologica, è uno spostamento politico. E dice una cosa abbastanza chiara: i giovani non rifiutano la partecipazione, rifiutano certe forme di partecipazione: in particolare quella generalista e partitica. Quando la scelta è tra partiti e identità, si allontanano. Quando si tratta di decidere su una questione concreta, tornano.
È una partecipazione “a tema”, meno ideologica e più selettiva. E funziona soprattutto quando si toccano elementi percepiti come fondamentali: diritti, equilibri istituzionali, regole del gioco. Allo stesso tempo, però, si registra un dato che va nella direzione opposta: una minore affluenza nelle fasce d’età più alte. Ed è un segnale meno banale di quanto sembri. Perché storicamente erano proprio quelle le fasce più fedeli al voto. Qui si intravede un cambio più profondo: i luoghi in cui si forma la consapevolezza civica stanno cambiando. Sempre meno giornali e televisione, sempre più social, web, ambienti digitali. Questo non è neutro. Cambia il modo in cui ci si informa, ma anche il modo in cui ci si attiva. La mobilitazione diventa più rapida, più intensa, ma anche più intermittente e meno strutturata.
Altro punto: le indicazioni di partito tengono sempre meno. Il fatto che circa il 22% degli elettori dello schieramento politico che ha proposto e approvato in parlamento la riforma abbia votato contro è un segnale forte. Non c’è stato un voto disciplinato. Una quota rilevante di elettori ha scelto di uscire dalla linea. Questo può essere letto come autonomia, ma anche come distanza crescente dal voto di appartenenza.
Il problema è che questa autonomia non si traduce automaticamente in voto “di merito”. Anzi. Una parte consistente dell’elettorato ha votato in modo politicizzato, cioè non sulla riforma in sé ma per mandare un segnale politico. È successo più tra i contrari, ma non solo lì. E questo conferma una dinamica che vediamo da tempo: anche quando lo strumento è pensato per decidere su contenuti, il voto finisce dentro la logica della contrapposizione.
E qui si arriva al punto più politico. Se si mettono insieme questi dati, emerge una costante e un dato aggregato: nei referendum costituzionali, soprattutto quelli che toccano in modo profondo l’ordinamento, si attiva una sorta di “partito della difesa della Costituzione”. Trasversale, non organizzato, ma reale. Un elettorato che, al di là delle appartenenze, tende a respingere le riforme promosse dalle maggioranze.
Non è un episodio, è una dinamica che si ripete. E far finta che non esista è il modo migliore per continuare a perdere. Se è così, il tema non è solo quali riforme fai, ma come le costruisci. Perché se arrivi al referendum con una riforma di parte, è molto probabile che venga letta come tale e quindi respinta.
A quel punto le strade sono poche. O torni a costruire riforme con maggioranze larghe, vere, da due terzi. Oppure devi avere il coraggio di aprire percorsi diversi: bicamerali, processi costituenti, perfino un’assemblea costituente. Non per aggirare il confronto, ma per portarlo fuori dalla logica dello scontro quotidiano.
Perché il rischio vero è un altro: non che la democrazia sia morta, ma che diventi incapace di riformarsi. E questo, per un Paese come il nostro, è un problema serio. Ci sono pezzi dell’architettura istituzionale che mostrano limiti evidenti, equilibri che non reggono più come prima, nodi — dal rapporto tra Stato e Regioni, passando alla capacità di decidere, fino a un bicameralismo perfetto tutto tranne funzionante e funzionale — che restano lì, irrisolti.
La Costituzione non è intoccabile. È solida, ma non è immobile. E soprattutto contiene parti che non sono mai state pienamente attuate e altre che oggi mostrano tutta la loro età. Il punto non è cambiarla per principio, ma evitare che diventi un alibi per non cambiare nulla. Quindi sì, questi dati dicono che la partecipazione può riattivarsi. Ma dicono anche che non basta a rendere la democrazia più sana. La democrazia italiana non ha un problema di partecipazione, ma di conversione della partecipazione in riforma: potremo partecipare di più. Ma non riusciamo più a riformare.
La democrazia quindi no, non è morta. Ma non sta affatto bene.
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