L'intervista
Referendum, l’ex ministro Sacconi: “Il No ha vinto nelle aree urbane dove mancano gli ammortizzatori”
Parlamentare di lungo corso, già Ministro del Lavoro nel Governo Berlusconi IV, Maurizio Sacconi – anche alla luce della vittoria del “No” alla Riforma sulla giustizia – riflette sull’attuale clima politico e, in particolare, sullo stato di salute del mondo del lavoro in Italia.
Partiamo dall’esito del Referendum che sì, era sulla giustizia, ma anche molto di più: avrebbe avvicinato l’Italia al modello delle democrazie liberali e non solo, anche la nostra produttività e il nostro mondo del lavoro ne avrebbero tratto benefici. Siamo un paese che non si vuole svincolare dai “lacci e lacciuoli”?
«Il referendum si è svolto nel contesto più sfortunato per ogni ipotesi di cambiamento. Io ricordo come nel 1985 vincemmo quello sulla scala mobile perché la crescita era già ripartita e c’era in conseguenza un clima di fiducia nel futuro. Il contrario di questo tempo fatto di paure e insicurezze che inducono arroccamento e conservazione. Non è casuale il voto urbano e metropolitano, ovunque, perché nelle città mancano gli ammortizzatori delle aree interne e da sempre maggiore è il timore della guerra. Poi, il centrodestra, con l’eccezione meritevole della premier Meloni, ha affrontato il più grande scontro di potere nella storia della Repubblica sottovalutandolo. Così come è stata colpevole l’ignavia dei corpi sociali che pur favorevoli alla riforma non hanno voluto esporsi. In troppi, mentre impazzava lo scontro, come in un saloon si sono nascosti sotto il tavolo. La stessa Chiesa italiana è rimasta a guardare o ha sostenuto il no nonostante una forte componente giudiziaria ideologizzata e anticlericale».
Manca un anno alle elezioni politiche, presto si parlerà di legge elettorale e il tema delle preferenze è sul tavolo. È giunto il momento di tornare alla politica “di una volta”?
«Non vi è dubbio che proporzionale e preferenze ricollegano gli elettori alle istituzioni rappresentative. Posso votare “per” e non solo “contro”. Posso scegliere gli eletti. Rispetto al passato, occorre però garantire la stabilità con modalità che evitino il pericolo di solide maggioranze contrapposte nelle due camere».
Da un lato mesi di scioperi indetti dai sindacati su tutto fuorché il tema del lavoro, dall’altro una fase delicata – tra crisi internazionali e conseguenti ripercussioni economiche e nuove tecnologie che avanzano: a che punto è oggi il lavoro italiano?
«Crescono da tempo gli occupati ma per lo più grazie agli over 50. E questo è un bene. Siamo tuttavia fanalino di coda per il tasso di occupazione, soprattutto di giovani e donne. Abbiamo oltre il 33% di inattivi che non lavorano e non chiedono di lavorare. Molte imprese faticano a reclutare le competenze necessarie. Ora siamo al bivio. L’intelligenza artificiale esalterà i nostri punti di forza e le nostre debolezze. E l’esito referendario incoraggerà ad utilizzare l’intelligenza artificiale come scudo per non assumere responsabilità».
Le politiche del Governo Meloni in merito sono state incisive?
«Il governo ha sin qui prodotto ciò che serve di più per l’occupazione. Una solida stabilità politica e finanziaria che incoraggia ad investire. Ora, nell’emergenza bellica, abbiamo bisogno di immediate correzioni europee: sospensione della follia degli ETS e del patto di stabilità. Il primo obiettivo deve essere la crescita per la quale servono un rapido cambiamento del Green Deal e politiche idonee per l’energia. Sul piano interno, grazie alla ZES unica, dobbiamo attrarre investimenti nel mezzogiorno facendone ancor più una conveniente area offshore».
Nel suo ultimo libro – Creatività o sottomissione? – scritto con Emanuele Massagli, tratta proprio dell’irruzione dell’intelligenza artificiale nel mondo del lavoro. Come gestire questo cambiamento?
«Più che regolare la offerta di IA, dobbiamo potenziare la domanda con ulteriori nuove politiche educative e formative. Serve una formazione integrale della persona dalla mente, alle braccia, al cuore. Ovvero servono non solo apprendimento teorico e pratico ma anche formazione morale secondo i principi della nostra tradizione. Il pensiero critico ci aiuterà a distinguere il bene dal male nelle proposte della IA. Poi, perché si sviluppino la creatività e la demografia imprenditoriale servirebbe un clima di libertà come nelle altre due grandi stagioni di crescita negli anni ‘50 e ‘80. Ma dopo il voto referendario non sarei troppo ottimista».
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