Dopo l’incontro a Washington tra il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il presidente Donald Trump, nel tentativo di orientare i negoziati statunitensi sul programma nucleare e missilistico dell’Iran, è chiaro che i prossimi giorni saranno “delicati e fatali” per l’Iran e l’intero Medio Oriente e che, come sostiene il quotidiano Ma’ariv, alla fine Trump deciderà di attaccare l’Iran.

Gli Stati Uniti hanno dispiegato nuove batterie antimissile THAAD nella regione, come in Giordania, per rafforzare le difese israeliane e immagini satellitari mostrano che alcuni dei sistemi Usa già presenti nell’area sono stati riposizionati per intercettare potenziali missili che dovessero giungere dall’Iran in caso di rappresaglia. E il Pentagono sta potenziando la pressione navale nel Golfo Persico per fornire maggiori garanzie di sicurezza ai paesi dell’area che ufficialmente mostrano una contrarierà all’intervento americano, anche se in realtà di mera facciata. Alla già dispiegata portaerei Abraham Lincoln con il suo gruppo d’attacco, che comprende caccia, missili Tomahawk e diverse unità navali, si aggiungerà una seconda portaerei.

“Vorrei che i negoziati con l’Iran continuassero per vedere se sarà possibile o meno raggiungere un accordo, ma se non fosse possibile non avremo altra scelta, la nostra risposta sarà dura”, ha ribadito Trump. La visita, di Netanyahu negli Stati Uniti, organizzata in fretta e furia, è la settima dalla rielezione a capo della Casa Bianca e arriva a meno di una settimana dai colloqui indiretti di Teheran con Washington in Oman su un potenziale accordo per scongiurare i minacciati attacchi. Alcuni funzionari israeliani hanno ipotizzato che la decisione di Trump di riprendere i colloqui fosse intesa a instillare nell’Iran un falso senso di sicurezza, consentendo potenzialmente un attacco a sorpresa degli Stati Uniti. Altri suggeriscono che stia seguendo una strategia di arretramento, rinnegando la promessa di sostegno ai manifestanti antiregime in Iran il mese scorso.

Anche Ankara è molto preoccupata per il programma nucleare iraniano, il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan ha avvertito che un’eventuale implementazione del nucleare iraniano potrebbe innescare una reazione a catena in tutta la regione, spingendo i paesi rivali, tra cui la Turchia, a dotarsi di armi atomiche. Ankara insiste per una soluzione diplomatica e si oppone a un intervento militare degli Stati esprimendo preoccupazione per il fatto che un’escalation potrebbe innescare nuovi flussi di rifugiati verso la Turchia e creare un vuoto di potere lungo i 550 chilometri di confine che condivide con l’Iran.

Per questo motivo la Turchia ha cercato di organizzare un blocco regionale di paesi che si oppongono alla guerra contro l’Iran e che potesse far pressione su Trump per convincerlo a non attaccare la Repubblica islamica, ma se alcun successo. Se è vero che ad Ankara non piace un Iran che sia una potenza nucleare, non piace nemmeno che sia filoamericano e filoisraeliano. Ankara preferisce un Iran debole e isolato. Mentre gli Stati arabi del Golfo Persico (CCG) preferiscono una transizione ordinata o un netto cambiamento nei rapporti con l’Iran. Per loro il problema non è tanto la natura del regime, quanto piuttosto la sua condotta. Per questo alcuni stati del Golfo spingono affinché i negoziati siano estesi anche ad altri attori regionali perché credono che se un gruppo di paesi più ampio prenderà parte ai negoziati, ciò contribuirà a controbilanciare l’influenza di Israele sull’amministrazione Trump.

Hakan Fidan, in un’ultima sua intervista, ha sostenuto che gli Stati Uniti sembrano disposti a tollerare l’arricchimento nucleare iraniano entro limiti chiaramente definiti. Se ciò fosse vero, rappresenterebbe un punto di svolta, dato che finora Trump aveva insistito sull’arricchimento zero e aveva dettato agli ayatollah un’agenda ampia che comprende non solo la fine del programma nucleare di Teheran, ma anche l’eliminazione dal territorio iraniano delle scorte di uranio arricchito, nonché la neutralizzazione delle capacità missilistiche, la fine del sostegno ai gruppi armati sciiti nella regione, cioè all’”asse delle resistenza”, e la fine dei massacri degli oppositori. Ma, da Teheran, il ministro degli Esteri Araghchi fa sapere che la Repubblica islamica intende discutere solo del dossier nucleare. Dunque, il divario tra Washington e Teheran rimane enorme. Allo stato attuale, i missili balistici dell’Iran rappresentano l’unica minaccia rimasta contro Israele e l’intero Medio Oriente, dal momento che gli impianti nucleari sono stati parzialmente distrutti nella guerra del giugno scorso.

Se Teheran mantenesse la capacità di qualche migliaio di missili balistici a lungo raggio, non avrebbe bisogno di alcuna arma nucleare, manterrebbe comunque la sua capacità di deterrenza. Il possesso di missili balistici non è una minaccia meno grave di quella, soprattutto quando si dispone di enormi capacità di lancio e di missili di precisione. Ecco perché gli iraniani non sono disposti a negoziare su questo tema, vogliono conservare la loro capacità di deterrenza.