Il Lazio è già oggi uno dei principali poli delle Life Sciences in Europa, ma il punto – secondo Francesco Rocca – non è tanto difendere un primato, quanto trasformarlo in sistema. Significa mettere in connessione ricerca, industria e istituzioni, ridurre i tempi tra laboratorio e paziente e superare definitivamente le rigidità che rallentano l’innovazione. È su questa linea che si inserisce l’intervento del presidente della Regione Lazio in occasione della terza edizione degli Healthcare Awards, l’iniziativa promossa da Healthcare Policy e Formiche che si è svolta a Roma, a WeGil, e che ha riunito i principali attori della sanità per discutere il futuro del settore. Dalle Life Sciences al rapporto tra pubblico e privato, fino al nodo dei tempi tra ricerca e accesso alle terapie: il confronto con il presidente Rocca parte da qui.

Il Lazio viene spesso indicato come una delle Regioni più dinamiche nelle Life Sciences. È davvero così? E su quali elementi si basa questa forza?
«Sì, i numeri non mentono. Il Lazio è il primo polo farmaceutico in Italia per export e il secondo per addetti. La nostra forza non è un caso isolato, ma il risultato di un ecosistema integrato. Penso alla “Pharma Valley” tra Latina, Pomezia e Frosinone, ma anche alla densità tecnologica di Roma. Gli elementi cardine sono tre: l’interconnessione tra una manifattura d’eccellenza, una rete di ricerca accademica di livello mondiale e la presenza dei principali decisori istituzionali. Questa vicinanza fisica tra chi pensa l’innovazione, chi la produce e chi la regolamenta crea un vantaggio competitivo naturale che poche altre capitali europee possono vantare».

Roma e il Lazio ospitano una concentrazione straordinaria di IRCCS, università, centri di ricerca e industria farmaceutica. Come intende la Regione sostenere e potenziare questo modello, anche alla luce dei vincoli di bilancio?
«I vincoli di bilancio sono una realtà, ma la spesa in Life Sciences non va considerata un costo, bensì un investimento ad alto rendimento. La nostra strategia si basa sull’ottimizzazione delle risorse attraverso la digitalizzazione e la centralizzazione dei dati clinici. Valorizzare gli IRCCS significa metterli in rete: non devono essere isole di eccellenza, ma nodi di un sistema che scambia protocolli e risultati. Sostenere questo modello oggi significa investire nel “Fascicolo Sanitario Elettronico” e nella medicina predittiva, che nel lungo periodo riducono la pressione sugli ospedali e rendono il sistema più sostenibile».

Nella sanità e nella ricerca biomedica, il confine tra pubblico e privato è sempre più strategico. Qual è la sua visione sul ruolo del privato nel Lazio?
«Dobbiamo superare gli steccati ideologici: il privato non è un’alternativa al pubblico, ma un alleato indispensabile. L’industria farmaceutica e il biotech portano capitali e velocità di esecuzione che il pubblico, da solo, fatica a garantire. La mia visione è quella di un partenariato in cui il pubblico mantiene la regia della salute collettiva e garantisce l’equità, mentre il privato accelera l’innovazione tecnologica. Nel Lazio, vogliamo che le aziende trovino un interlocutore pubblico snello, capace di abbattere la burocrazia inutile, perché la lentezza amministrativa è la prima forma di disinvestimento».

Esiste una strategia regionale per fare del Lazio un hub europeo delle Life Sciences, anche in chiave di sviluppo economico?
«Certamente. Vogliamo che il Lazio diventi la porta d’ingresso dell’innovazione biomedica nel Mediterraneo. La strategia passa per l’internazionalizzazione delle nostre PMI e l’attrazione di centri di R&D globali. Stiamo lavorando per creare “zone di innovazione” dove il trasferimento tecnologico dall’università all’impresa sia immediato. Attrarre talenti significa anche offrire servizi e infrastrutture: non basta un buon laboratorio, serve un ecosistema regionale che sia accogliente per le startup e per i giovani ricercatori, che oggi troppo spesso guardano all’estero».

Ricerca d’eccellenza e accesso reale alle terapie: come ridurre i tempi tra il laboratorio e il letto del paziente?
«Il “Time to Market” in medicina è, letteralmente, tempo di vita. La Regione deve agire come facilitatore. Stiamo accelerando le procedure per le sperimentazioni cliniche e lavorando per un accesso tempestivo ai farmaci innovativi. L’obiettivo è una “sanità a km zero” per l’innovazione: quando una terapia si dimostra efficace nei nostri centri di ricerca, deve poter entrare nei protocolli clinici regionali senza i ritardi burocratici che oggi ancora scontiamo. La sfida è trasformare il primato scientifico in salute pubblica tangibile».

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Curo AI voglia!, un podcast sull’intelligenza artificiale in collaborazione con Il Riformista. Sono tutrice volontaria di minori stranieri non accompagnati e mi interesso da sempre di diritti, immigrazione, ambiente e territorio. Dirigo Healthcare Policy rivista sulle politiche della salute e le sue industrie, del gruppo Formiche.