Un mese fa la notizia dell’inchiesta, le accuse e tutti i retroscena. Scattarono le manette e la gogna mediatica con tanto di immagini e frame dei video filmati dalle telecamere di sorveglianza diffusi alle varie testate giornalistiche. Così, prima ancora che gli avvocati potessero avere un atto, prima ancora di ricevere essi stessi comunicazioni ufficiali in ordine ai reati ipotizzati e alle persone indagate il mondo dei media aveva già riversato sul web tutto: immagini, video, particolari, nomi e accuse con una sintesi dei fatti che equivaleva a una sorta di sentenza. Altro che durata del processo, sono i tempi mediatici e giornalistici a dettare i ritmi della giustizia sommaria fatta dall’opinione pubblica. L’inchiesta è quella che ha puntato i riflettori sugli uffici del Giudice di pace di Sant’Anastasia.

Il 17 maggio scorso fu presentata come l’ennesimo scandalo giudiziario, l’ennesimo meccanismo di diffusa corruttela svelato dagli inquirenti. Nelle scorse settimane, poi, si è sgonfiata, il tribunale del Riesame ne ha decisamente ridimensionato la portata annullando tutte le misure cautelari. Le misure in questione riguardavano avvocati, cancellieri, una parte di mondo della giustizia a Sant’Anastasia, nella provincia vesuviana di Napoli, oltre a impiegati, medici e altri professionisti. Quindici persone in tutto, sospettati a vario titolo di una serie di reati contro la pubblica amministrazione, dalla corruzione all’occultamento di atti pubblici, e falso in atto pubblico, truffa ai danni dello Stato e depistaggio. Per sei degli indagati (tre cancellieri e tre avvocati) il gip del Tribunale di Nola aveva disposto gli arresti domiciliari; per gli altri indagati (tra i quali il direttore pro tempore della cancelleria del Giudice di pace e alcuni professionisti) si erano decise a diverso titolo misure come l’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria e il divieto di dimora nel comune di Sant’Anastasia.

Tutto si basava su indagini della guardia di finanza e su un teorema in base al quale ci sarebbe stato un sistema, un meccanismo collaudato che permetteva solo ai professionisti amici dei dipendenti pubblici di eseguire prestazioni che venivano poi remunerate con denaro pubblico. Ci avrebbero guadagnato tutti: gli avvocati, i cancellieri, i professionisti ingaggiati come consulenti e il guadagno non era soltanto economico ma anche in termini di vantaggi e di possibilità, per esempio, di avere accesso a uffici e fascicoli in maniera indisturbata. Un quadro accusatorio che non ha retto al primo confronto con le tesi difensive e alla fine i giudici del Tribunale di Riesame hanno emesso un’ordinanza che ha annullato tutte le misure cautelari, tutti gli arresti, tutti i divieti e gli obblighi imposti. Un liberi tutti che fa vacillare la tesi della Procura di Nola. Ma che apre anche una riflessione seria sulla gestione delle informazioni che riguardano persone indagate. Sì, perché che l’ordinanza di custodia cautelare venga emessa a seguito di un’attività di indagine è nella logica delle cose, fa parte degli step di un iter giudiziario.

Quello che invece colpisce, e che stona con tutti i discorsi sulla presunzione di innocenza e così via, è la rapidità con cui frame audiovisivi e dettagli dell’attività di indagine sono stati diffusi alla stampa prima ancora che ne avessero notizia i diretti interessati. Mentre gli avvocati difensori erano in attesa dell’ordinanza di custodia cautelare, i media l’avevano già spiattellata sui siti web con tanto di allegati audiovideo dell’indagine. Insomma il solito tritacarne, la solita gogna, il solito clamore giustizialista. E nel frattempo vite segnate, carriere sospese, persone spinte sotto i riflettori del sospetto e del processo pubblico. Alla notizia delle scarcerazioni decise dal Tribunale del Riesame non è stato dato lo stesso risalto mediatico e le immagini che riprendevano dipendenti pubblici al lavoro alle loro postazioni sono sempre visibili sul web.

«Resto basito – commenta l’avvocato Giuseppe Guida, corresponsabile dell’Osservatorio sull’errore giudiziario dell’Unione Camere penali italiane e tra gli avvocati impegnati nella difesa degli indagati di questa inchiesta – Non è possibile che mentre i difensori non avevano ancora avuto accesso all’ordinanza di custodia cautelare, le intercettazioni e i video di persone riprese nell’atto presunto di commettere un reato erano già sui siti delle maggiori testate locali. Paradossalmente le indagini sono secretate per legge ma non lo sono per la stampa. In questo modo – aggiunge l’avvocato Guida – cancellieri e avvocati sono risultati già colpevoli, accusati delle nefandezze che venivano divulgate e dati in pasto all’opinione pubblica come se fossero dei pluricriminali condannati con sentenza già passata in giudicato».

A far vacillare accuse e misure cautelari di fronte al Riesame potrebbe essere stata la valutazione sulla utilizzabilità delle intercettazioni e delle riprese, la mancanza di riscontri individualizzanti, ma di più se ne saprà quando il Riesame depositerà le motivazioni del provvedimento. «Da difensore – conclude Guida – non mi indigno per un’ordinanza annullata integralmente dal tribunale del Riesame, perché questa è la corretta e naturale dinamica del processo penale, ma mi indigno per l’uso distorto della funzione mediatica che diventa una persecuzione a uso delle Procure».

Napoletana, laureata in Economia e con un master in Marketing e Comunicazione, è giornalista professionista dal 2007. Per Il Riformista si occupa di giustizia ed economia. Esperta di cronaca nera e giudiziaria ha lavorato nella redazione del quotidiano Cronache di Napoli per poi collaborare con testate nazionali (Il Mattino, Il Sole 24 Ore) e agenzie di stampa (TMNews, Askanews).