Con rassegnata tristezza, mi trovo a scrivere queste righe per chiedere conto di una scelta che mi lascia sgomenta. Il 22 gennaio 2026, nell’ambito delle iniziative promosse dall’Università di Verona in collaborazione con il Comune per il Giorno della Memoria, si terrà un incontro dal titolo “Gaza e il conflitto israelo-palestinese”.

Mi domando, sommessamente: in che modo questo tema si collega al 27 gennaio, data che commemora la Shoah, lo sterminio sistematico di sei milioni di ebrei europei da parte del nazismo? Quale logica, quale urgenza, quale rispetto per la memoria ha guidato l’inserimento di questo evento nel quadro di una ricorrenza che dovrebbe essere dedicata alla trasmissione storica della persecuzione antiebraica, alla lotta contro l’antisemitismo, alla difesa della verità?

Non contesto il diritto, ampiamente esercitato, di discutere il conflitto israelo-palestinese, ma inserirlo nel calendario del Giorno della Memoria significa spostare il baricentro, confondere le coordinate, svuotare di senso una data che dovrebbe essere sacra. È doloroso constatare come il 27 gennaio venga sempre più spesso piegato a narrazioni estranee, quando non antagoniste, alla memoria della Shoah. È come se i sei milioni di morti ebrei non bastassero più a giustificare uno spazio autonomo di ricordo. Come se la loro voce dovesse essere sovrapposta, diluita, relativizzata. Chiedo all’Università di Verona: perché? Con rispetto, ma con profonda amarezza. Una cittadina che crede ancora nel valore della memoria.