La quarta settimana di guerra sta per terminare. Al netto degli annunci di Trump e delle smentite del regime iraniano, Israele vive tra casa e rifugio. Dal 7 ottobre 2023, il Paese è sotto stress. Eppure resiste. La sua economia ha indicatori positivi e prospettive ottimistiche. Ne traccia un quadro Shmuel Abramzon, capo economista del ministero delle Finanze d’Israele.

Abramzon, come sta scontando il mondo finanziario israeliano questo nuovo conflitto?
«È ancora presto per dirlo con precisione. Siamo nel pieno della crisi. Da una parte, come abbiamo visto in passato, a ogni shock di questo tipo segue un rimbalzo. Dall’altra, quando hai scuole chiuse, aeroporti bloccati e decine di migliaia di persone richiamate in servizio, non c’è dubbio che l’economia ne risenta. In passato, avevamo stimato un impatto di circa mezzo punto di Pil per un conflitto più contenuto. Nell’eventualità, ma sulla carta, che il conflitto dovesse estendersi, ci avvicineremo all’1%. Si dice che gli Stati Uniti stanno conducendo negoziati con l’Iran. Con Trump le cose possono finire molto rapidamente, così come sono iniziate. E naturalmente resta aperta la questione Libano».

Dal punto di vista finanziario, la previsione di una conclusione della guerra all’inizio di aprile le sembra realistica?
«Ne sarei felice. È una deadline che possiamo assorbire senza problemi. Come del resto anche un conflitto più lungo. Che però avrebbe un costo economico differente».

E riguardo a Homuz, quali sono gli effetti che vi arrivano?
«Si tratta di uno shutdown. Dal Covid in poi, ce ne sono stati altri simili. Il mondo sta iniziando a farci l’abitudine».

Del resto Israele ha una sua sovranità energetica.
«Esatto. Ma anche noi subiamo la volatilità dei prezzi del petrolio. Alla fine del mese, avremo l’annuncio dei nuovi costi del carburante (In Israele il prezzo alla pompa viene fissato una volta al mese, Ndr). Di certo ci sarà un aumento. La domanda è di quanto. Attualmente è intorno a 7 shekel al litro, circa 2 euro. Per il gas invece, non abbiamo problemi».

Israele ha chiuso il quarto trimestre 2025 con un 4%. C’è quasi da essere invidiosi.
«Confermo. E aggiungo che il dato annuale complessivo del 2025 è stato del 2,9%. Per questi primi mesi dell’anno, Fmi e Ocse erano ancora più ottimisti. Stimavamo un +5,2%. Dopo alcuni anni di performance deboli, questo si sarebbe dovuto tradurre in un rimbalzo. Prima della guerra, però. Adesso questo recupero sarà ritardato. Quindi presumo ci avvicineremo al 4%. Il dato ufficiale attuale è +4,7%, ma immagino che scenderà verso il 4%. Finché dura il conflitto, ha senso rivedere al ribasso le stime».

Nonostante un’inflazione contenuta e investimenti significativi, avete un tasso di interesse al 4%. È piuttosto alto. Perché?
«Al confronto con la Bce, sì. Già meno se messo a fianco al 3,5-3,75% della Fed. Si tratta comunque di tassi a breve termine, non a lungo. Il rendimento del bond decennale israeliano infatti è sotto il 4%. È curioso: siamo molto vicini a quello italiano, intorno al 3,8-3,9%. Il governo italiano paga quasi lo stesso per i suoi titoli a 10 anni. Peraltro, ci tengo a sottolineare che si tratta di una decisione esclusiva della Banca d’Israele. Il nostro governo non interviene mail sull’istituzione monetaria. Del resto, per valutare il nostro rischio, guardiamo altri indicatori. Per esempio lo spread con gli Usa, che si è ridotto parecchio negli ultimi mesi. Il governo israeliano non ha alcun problema a finanziarsi. Siamo in grado di prendere a prestito denaro con facilità, soprattutto grazie all’ampia liquidità del settore privato locale».

Siete un Paese in guerra da circa tre anni. Dal 7 ottobre 2023. Lasciando fuori tutto quello che è accaduto prima. Ma siete un hub di transizione digitale. Temete che questa instabilità continua metta a rischio la vostra capacità di fare innovazione?
«Il governo e l’economia israeliani sono molto forti. Gli indicatori lo dimostrano. La nostra Borsa è tra le migliori performer a livello globale nell’ultimo anno. Lo shekel è solido. Detto questo, i rischi esistono. Se la guerra si protrae, causerà più danni e ne pagheremo i costi. D’altra parte, ci sono anche potenziali upside. Se la regione cambiasse in meglio, con nuove relazioni con i vicini, un futuro migliore per il Libano e nuove opportunità con Arabia Saudita ed Emirati Arabi, si aprirebbe una nuova era. Non guarderei solo al breve termine. Questo lo dico anche nell’ottica delle relazioni con l’Italia. Partner che vale oltre 3 milioni di dollari all’anno di import per Israele. Ci sono ulteriori spazi di crescita reciproca, in filiere quali tecnologia, energia, trasporti e sicurezza».

Un altro rischio è la Cina. Israele è considerato un so grande amico, ma anche un alleato stretto degli Stati Uniti, che vedono Pechino come il loro principale avversario geopolitico.
«Sì, è un tema complesso. Prima di tutto, non esiste alcun problema storico tra ebrei e cinesi. In Cina non c’è mai stata una tradizione di antisemitismo, anche perché non c’erano molte comunità ebraiche. Le due culture hanno una visione reciprocamente positiva. Negli ultimi anni, le relazioni commerciali tra noi e Pechino sono cresciute come non mai. Purtroppo però c’è la geopolitica. Israele è alleato degli Stati Uniti. La Cina ha ottime relazioni economiche con noi, ma anche con l’Iran. Tutto questo influenza le dinamiche politiche, anche se non incide drammaticamente sui rapporti economici».

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Antonio Picasso, giornalista e consulente di comunicazione. Ha iniziato a scrivere di economia, per poi passare ai reportage di guerra in Medio Oriente e Asia centrale. È passato poi alla comunicazione d’impresa e istituzionale. Ora, è tornato al giornalismo. Scrive per il Riformista ed è autore del podcast “Eurovision”. Ha scritto “Il Medio Oriente cristiano” (Cooper, 2010), “Il grande banchetto” (Paesi edizioni, 2023), “La diplomazia della rissa” (Franco Angeli, 2025).