Esteri
Siria, la fine dell’autonomia curda e il nodo dei foreign fighters
L’operazione militare avviata da Damasco nel gennaio 2026 ha posto fine all’esperienza autonomistica nel Nord-Est siriano. Ma se sul piano territoriale la Siria ritrova una parvenza di unità, sul piano giuridico e politico si riapre una questione rimasta sospesa per anni: la gestione dei foreign fighters detenuti e delle loro famiglie.
Le carceri e i campi amministrati dalle autorità curde erano già stati teatro di tensioni, come dimostrò nel 2022 l’assalto alla prigione di al-Sina’a da parte di miliziani dello Stato islamico. Ancora più delicato è stato il caso del campo di al-Hawl, arrivato a ospitare decine di migliaia di persone, molte delle quali donne e minori mai formalmente accusati di reati, ma trattenuti in una sorta di detenzione amministrativa di fatto. La recente evacuazione del campo e il trasferimento dei detenuti in altre aree della Siria o verso l’Iraq chiudono una fase, ma aprono interrogativi cruciali su legalità, sicurezza e responsabilità internazionale.
L’Iraq è oggi lo snodo principale per la gestione giudiziaria dei miliziani legati a Daesh. Baghdad ha sviluppato un sistema di tribunali antiterrorismo funzionante, capace di processare rapidamente centinaia di casi. I trasferimenti di detenuti dalle strutture siriane verso quelle irachene, con il supporto statunitense, vanno in questa direzione. Tuttavia, l’efficacia repressiva non è priva di criticità. Le leggi antiterrorismo irachene, per la loro ampiezza, hanno talvolta colpito anche giornalisti e oppositori, mostrando i rischi di un utilizzo eccessivamente elastico della categoria di “minaccia alla sicurezza”. Inoltre, la scelta di privilegiare il carcere rispetto a percorsi strutturati di deradicalizzazione solleva un problema di lungo periodo: le prigioni possono diventare incubatori di ulteriore radicalismo. Comprensibile, certo, in un Paese devastato dall’occupazione jihadista. Ma la stabilità duratura non può fondarsi solo sulla neutralizzazione penale.
Diversa l’impostazione dell’Arabia Saudita, che accanto alla detenzione ha sviluppato il programma Munasaha, basato su counseling religioso, supporto psicologico e percorsi di reinserimento sociale.
Il modello saudita, pur con opacità nei dati e interrogativi sull’effettiva percentuale di successo, introduce un elemento essenziale: la gestione dell’estremismo come fenomeno anche sociale e culturale, non solo criminale. In un contesto come quello siriano, replicare integralmente tale schema appare improbabile, ma il principio resta valido: senza reintegrazione, il rischio di recidiva ideologica rimane elevato. Anche l’Europa non può chiamarsi fuori. Per un’Europa che si proclama comunità di diritto, la tentazione di esternalizzare il problema o di spogliarsi delle proprie responsabilità non è coerente con i principi che difendiamo anche in Ucraina e in Medio Oriente, a fianco di Israele contro il terrorismo.
Lo scenario più probabile è una prosecuzione dell’attuale equilibrio instabile: detenzione per i combattenti, strutture ridotte per donne e minori, rimpatri selettivi da parte degli Stati d’origine. Ma il rischio è che la chiusura dei grandi campi non elimini il problema, bensì lo disperda in forme meno controllabili. Un’opzione più ambiziosa – ma politicamente costosa – sarebbe un approccio coordinato europeo che combini processo penale, reinserimento e cooperazione giudiziaria internazionale. Significherebbe investire risorse, rafforzare le garanzie e assumersi l’onere politico della responsabilità. Per un riformismo autentico, la sicurezza non è alternativa ai diritti: è la loro condizione. Delegare tutto a Damasco o a Baghdad può sembrare conveniente nel breve periodo, ma non costruisce stabilità. E l’Europa, se vuole restare fedele a sé stessa, deve dimostrarlo anche nei dossier più scomodi.
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