Nelle ultime ore, la House of Representatives ha votato per approvare una risoluzione per porre fine alla dichiarazione dello stato di emergenza nazionale, utilizzato come base legale un anno fa per imporre i dazi contro il Canada. È un nuovo capitolo in quella che, dall’inizio del secondo mandato di Donald Trump, è stata una guerra commerciale più o meno aperta, che ha danneggiato in modo significativo le relazioni tra i due Paesi e che, nel corso della scorsa primavera, ha portato ad una rinascita politica del dimissionario Justin Trudeau e del suo partito, in grado poi di vincere le elezioni sotto la guida dell’attuale Primo Ministro Mark Carney.

Il voto alla camera bassa è stato di 219 a 211, con sei defezioni repubblicane e una sola votazione dissenziente democratica, con il deputato Jared Golden del Maine che ha votato insieme ai repubblicani. Le motivazioni principali dei voti dei repubblicani riguardano l’aumento dei prezzi derivante dalla politica commerciale perseguita dall’amministrazione, oltre a della frustrazione rispetto ai metodi del Presidente, che sta gestendo la politica commerciale senza passare per il Congresso, come prevederebbe la Costituzione americana. Il Presidente, saputo del voto, ha minacciato tutti i repubblicani che hanno votato contro la sua agenda di preparare una sfida elettorale alle primarie repubblicane. Nonostante queste minacce ex-post, che tra i repubblicani aleggiasse del malcontento (non soltanto sui dazi) era cosa abbastanza nota. Data anche la risicatissima maggioranza dei repubblicani nella camera bassa, era evidente che anche una minima ribellione potesse generare dei problemi politici rilevanti per il Presidente, che, sulla base del voto, non ha la “fiducia” di un ramo del parlamento a maggioranza del suo partito rispetto ad un tema fortemente identitario come la politica commerciale, che aveva contraddistinto la campagna elettorale di meno di due anni fa.

Lo speaker della House, Mike Johnson, aveva cercato lungamente di bloccare la possibilità di votare in aula sulla materia, cercando, senza successo, di portare i repubblicani ad approvare una sorta di moratoria sulla discussione sui dazi fino all’estate. Adesso la palla passa al Senato, dove il dibattito potrebbe essere serrato e potrebbe riservare alcune sorprese. In primis, sicuramente i repubblicani cercheranno di portare la discussione in aula con la speranza che vengano rispettate le linee di partito e che la risoluzione non venga approvata. Ci sono alcuni senatori, tuttavia, che nel corso dei mesi si sono dimostrati insofferenti rispetto al tema dei dazi, come il repubblicano Rand Paul del Kentucky.

Anche se il Senato approvasse la risoluzione, tuttavia, il Presidente avrebbe comunque a disposizione lo strumento del veto per bloccare l’efficacia della risoluzione. Il veto potrebbe essere superato solamente in presenza di un voto relativo con maggioranza di due terzi del Congresso a favore del suo superamento. Ad oggi, sembra difficile pensare ad un consenso così largo contro il Presidente, ma è comunque rilevante notare che, rispetto a solo qualche mese fa, sono sempre di più le situazioni in cui alcuni repubblicani cominciano a contrastare le politiche presidenziali, un segnale rispetto alla possibile fine del periodo di luna di miele goduto dal Tycoon lo scorso anno.

Michele Luppi

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