Solo analisti poco scrupolosi potevano etichettare come “isolazionista” il secondo mandato presidenziale di Trump. Mentre fin dalla sua campagna elettorale era esplicito il ricorso a una retorica imperiale. Per il tycoon newyorkese, infatti, in un mondo dove non esistono amici o valori ma solo interessi nazionali (oltre che familiari e privatistici), l’unico principio ordinatore diventa quello della forza. Una forza, quella delle armi o quella dei dazi, con cui regolare i rapporti con gli “Stati canaglia” (Venezuela, Iran), la galassia jihadista (Nigeria e Medio Oriente), la Cina e l’Ue. Una dottrina poi ribadita e, in certa misura, sviluppata nel “National Security Strategy” pubblicato il 4 dicembre scorso.

Tutto chiaro, quindi? Fino a un certo punto. Perché in questo quadro non rientrano, ad esempio, i comportamenti ondivaghi con la Russia di Putin. Ascrivibili al velleitario disegno di staccarla da Pechino, a sudditanza psicologica o, più concretamente, a qualche informazione “sensibile in possesso del despota del Cremlino? Lascio la parola a chi ne sa di più”. La verità è che anche dopo il blitz militare di Caracas “grande è la confusione sotto il cielo”, come recita il celebre adagio di Mao Tse Tung.

Nel giro di poche ore “The Donald” ha cambiato posizione almeno tre volte. Le uniche cose certe sono che vuole appropriarsi delle immense risorse petrolifere del Venezuela (ma è la scoperta dell’acqua calda) e che ha scaricato Corina Machado, la leader dell’opposizione a Maduro (probabilmente considerata persona inaffidabile e poco servizievole). Per il resto: cambio di regime o transizione contrattata a suon di ricatti con i suoi cascami? Chi vivrà vedrà.

Infine: Trump ha violato il diritto internazionale? Certo che l’ha violato. Ma possono permettersi di alzare la voce solo quanti ne hanno sempre denunciato l’oltraggio, a partire dall’invasione dell’Ucraina. Gli altri dovrebbero avere il buon gusto di tacere o di fare ammenda. Tanto più in un mondo sempre più diviso in sfere di influenza tra le grandi potenze, in cui aumenteranno gli appetiti di espansione territoriale (ogni riferimento alla Groenlandia e a Taiwan non è puramente casuale). Lo scenario che si sta da tempo profilando, insomma, è quello di un caotico disordine planetario. E, allora, pensiamoci bene. In fondo, la pur vecchia, sonnacchiosa, burocratica e malandata Europa è oggi il più importante lembo dell’occidente in cui non sono ancora rinnegati, con qualche sparuta eccezione, i valori liberali e democratici. Beninteso, deve finalmente scuotersi dal suo ormai troppo lungo torpore, come ha più volte ammonito -inascoltato- Mario Draghi. Ciononostante, teniamocela stretta.