A pelle, ancora prima di addentrarsi nei dettagli tecnici, la proposta di legge che vuole ridefinire la violenza sessuale introducendo il principio del “consenso” al posto della costrizione, si rivela per quello che è: un’operazione ideologica, figlia della stessa filosofia woke che porta ad abbattere le statue di Cristoforo Colombo perché giudicato secondo i parametri morali del presente. Un’iniziativa che nasce più nel mondo dei proclami che nella realtà, più nella retorica militante che nel diritto. E infatti basta analizzarla per capire che non può funzionare, e che anzi rischia di produrre effetti devastanti sia per le vittime sia per lo Stato di diritto.

Partiamo da un punto fermo: la violenza sessuale deve essere repressa con estrema severità. Deve essere contrastata in ogni campo senza se e senza ma. E sì, esistono casi reali in cui le vittime non riescono a reagire, restano paralizzate, non urlano, non fuggono. Il cosiddetto “freezing” esiste, e la giustizia deve saperlo riconoscere. Il nodo, però, è un altro: il nostro ordinamento già oggi consente di condannare anche in assenza di resistenza fisica. Il problema non è nella lettera della legge, ma nella sua applicazione, nella cultura giudiziaria, negli stereotipi ancora presenti in alcuni ambienti giudiziari. Ed è proprio qui che questa proposta rivela la sua natura fuorviante: finge di risolvere un problema reale cambiando le parole invece dei meccanismi che servirebbero davvero.

Violenza sulla donne l’errore giuridico della nuova proposta di legge

Il punto tecnico è semplice: il consenso, a differenza della costrizione, non può essere provato. Il 99% dei rapporti sessuali avviene senza testimoni, senza registrazioni, senza documentazione, senza fogli firmati – e nessuno, naturalmente, vuole vivere in un mondo in cui la sfera intima viene verbalizzata come un atto notarile. Dunque, se il consenso non è provabile, una legge penale basata su questo assunto può portare solo a due esiti: o è inutile, e quindi resta lettera morta, oppure ribalta di fatto l’onere della prova, violando la presunzione di innocenza e trasformando l’incertezza in colpevolezza. In entrambi i casi, siamo fuori dalla Costituzione.

Il processo potrebbe diventare ancora più arbitrario

Ed è qui che emerge il paradosso più grave: gli elementi sui quali si baserebbero le accuse e le difese – messaggi, testimonianze indirette, ricostruzioni emotive, percezioni soggettive – sono esattamente gli stessi che si usano oggi. Solo che cambierebbe il significato attribuito al dubbio. Oggi il dubbio assolve, domani potrebbe incriminare. Oggi il giudice deve chiedersi se vi sia stata costrizione, domani se vi sia stata una manifestazione esplicita di consenso. Ma se il consenso non può essere provato, praticamente mai, il processo non diventa più giusto: diventa più arbitrario. E davvero si trasforma in una valutazione “a sentimento”.

L’errore spagnolo

I sostenitori della legge affermano che “il silenzio non è consenso”. Verissimo. Ma nemmeno il consenso può essere dedotto a posteriori da uno stato emotivo. Il diritto penale non può basarsi sulla reinterpretazione del vissuto, né sulla ricostruzione psicologica postuma, né su narrazioni che cambiano nel tempo. Farlo, significa spalancare la porta ai peggiori errori giudiziari: vite rovinate per anni in attesa di una sentenza che alla fine non potrà comunque basarsi su prove oggettive. E non serve immaginare scenari distopici per capire cosa accadrebbe: lo ha già dimostrato la Spagna. La legge del “solo sí es sí”, nata dalle stesse premesse ideologiche, ha portato a riduzioni di pena e scarcerazioni anticipate per centinaia di condannati, perché nel diritto penale ogni modifica mal calibrata produce effetti retroattivi. Una riforma proclamata come vittoria delle donne si è trasformata nel suo esatto opposto. E oggi Madrid sta correndo ai ripari.

Un testo scritto per essere annunciato

Ribadiamo che è sacrosanto migliorare la tutela delle vittime, combattere stereotipi, formare magistrati, rafforzare le misure cautelari, garantire che freezing, vulnerabilità e abuso di posizione vengano riconosciuti con rigore. Ma questa proposta non è la strada giusta. È un’illusione retorica, una bandiera identitaria, un testo scritto per essere annunciato, non per essere applicato.

Paolo Crucianelli

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