Warren Buffett sta all’economia, alla finanza e agli investimenti come Diego Armando Maradona, Robert De Niro e Michael Jackson stanno al calcio, al cinema e alla musica. E se per qualche oscura ragione probabilistica – o “deviazione standard”, per dirla nel gergo di Wall Street – il signor Buffett leggesse queste prime righe, sono sicuro che anziché crogiolarsi per l’accostamento, troverebbe il modo di ironizzare sulla bizzarria del paragone.

La verità è che Warren Buffett è riuscito ad essere Warren Buffett: la versione piena e più riuscita di sé stesso. Autentico, nel senso migliore del termine. Capace di indicare una rotta e percorrerla, attraverso i decenni e le rivoluzioni, mantenendo le mani ferme sul timone e ascoltando attentamente il soffio dei venti. E se “Lady Luck” – come ha scritto lui stesso nella speciale lettera di arrivederci agli azionisti – gli ha dato la fortuna “di nascere bianco, uomo e negli Stati Uniti”, gli ha altresì concesso il talento per portare la finanza e la cultura finanziaria ad un altro livello. Lo ha fatto partendo da un’ancora solida: ciò che Buffett ha imparato dal suo maestro Ben Graham, ovvero l’arte del value investing, è diventato nel corso dei decenni mainstream.

Prima di Warren Buffett c’erano stati altri “value investor”, ovvero investitori che vogliono pagare il giusto prezzo per un’azienda di valore. Nessuno però ha dato a questa particolare categoria di investitori istituzionali e privati l’importanza e la dignità che gli ha dato Buffett. Nessuno ha plasmato una generazione di investitori come ha fatto l’oracolo di Omaha. La sua influenza è tangibile in molti modi: se è diventata popolare l’idea che l’investimento passivo in un indice tipo l’S&P 500 avrebbe performato meglio della maggior parte dei fondi di investimento attivi – magari a multipli più bassi di quelli odierni – è anche merito di Warren Buffett. Se testi come The Intelligent Investor (prima pubblicazione 1949) o Security Analysis (1934) vengono letti e pubblicati ancora oggi (in Italia da Hoepli), il merito è certamente dell’investitore più famoso al mondo. Se la finanza è più democratica e accessibile oggi di quanto lo fosse un tempo, il merito è certamente di questo visionario 95enne del Nebraska, la cui coerenza è emersa fino all’ultimo.

E il suo modo di essere speciale si è visto anche nel momento dei saluti. Nella lettera del 10 novembre 2025, dove annunciava il suo passo indietro, non si è limitato a un comunicato stampa formale. Ha fatto quello che ha sempre fatto: ha raccontato storie, ha parlato della sua vita e della fortuna, e ha condiviso i suoi pensieri come farebbe un amico o un nonno. E, soprattutto, ha promesso che, pur andando “in silenzio”, non sparirà del tutto: continuerà a scrivere un messaggio ogni anno per il Giorno del Ringraziamento.

E mentre il mondo attende questi futuri messaggi, viene da pensare quanto sarebbe meraviglioso se personalità come Buffett e Peter Lynch potessero dedicare un brevissimo frammento del proprio tempo libero a rendere ancora più accessibile, comprensibile e democratica, la finanza. Nella speranza che ciò accada, possiamo ripartire dal fondamento della sua eredità, forse il più celebre: “Regola Numero 1: non perdere mai soldi. Regola Numero 2: non dimenticare mai la Regola Numero 1″. Questa filosofia, semplice in apparenza ma non facile da applicare, è però solo il punto di partenza. È il distillato di una vita passata a mantenere la rotta, un principio che ha guidato e guiderà ancora tutti gli investitori che avranno la curiosità di ascoltarlo. A giudicare dai risultati raggiunti fino a qui, la sua testimonianza ha generato un valore inestimabile. E la sua eredità, ora che siamo tutti un po’ suoi eredi, continuerà a farlo.