Politica
Altra legislatura, altra legge elettorale: liste bloccate? L’astensionismo ringrazia
Cambiano i governi, ma non la storia: il sistema di elezione viene ritoccato in base alle preferenze della maggioranza di turno: quelle degli elettori, invece, sono destinate a restare inespresse
Ad un anno dalla fine della legislatura, ecco che si ripete il rito di una nuova legge elettorale. La formula è solenne: lo facciamo per la governabilità. Ogni maggioranza, quando può, piega le regole al proprio vantaggio: ritocca il proporzionale, disegna premi di maggioranza, costruisce listini utili a nominare fedelissimi. E soprattutto sottrae agli elettori le preferenze, così che il parlamentare non risponda al cittadino ma al capo politico. La combinazione tra divieto di preferenze e mancata attuazione dell’articolo 49 della Costituzione, che impone democrazia interna ai partiti, rende la selezione della classe dirigente e la qualità della rappresentanza un nodo critico per la salute della Repubblica.
Questa torsione non produce governabilità, ne è piuttosto la negazione. La stabilità non nasce dall’addomesticamento delle urne, ma dalla legittimazione del Parlamento. Oggi metà del corpo elettorale diserta il voto per due ragioni profonde: non trova un’offerta che lo rappresenti, avverte che le culture minoritarie sono espulse dalla rappresentanza; e quando vota, non può scegliere il proprio rappresentante territoriale, ma riceve un candidato sconosciuto, talvolta paracadutato da lontano, designato dal partito. La distanza tra eletto ed elettore cresce, la responsabilità si attenua, il controllo democratico si indebolisce.
Ignorare questo vulnus è miope. L’astensione di massa è un gas inodore che satura la stanza della democrazia: non si vede, ma erode lentamente la fiducia pubblica. Quale governabilità può reggere senza governati? Quale stabilità può fondarsi sull’esclusione di milioni di cittadini dalla partecipazione politica? Una maggioranza numerica ottenuta su una minoranza reale non è forza, è fragilità mascherata. Il paradosso è che la deriva è bipartisan. Destra e sinistra discutono di premi e soglie, ma tacciono su proporzionale autentico e preferenze, strumenti che restituirebbero agli elettori il potere di scegliere. L’equilibrio opaco dei partiti prevale sulla trasparenza delle istituzioni. La classe dirigente si autoprotegge, teme la verifica diretta del territorio, rinuncia al ricambio. La negazione delle preferenze segnala un conflitto d’interessi evidente: parlamentari che preferiscono essere scelti dal leader anziché dall’elettore, boicottando nuove leggi per la rappresentatività, dipendendo dall’alto più che rendendo conto in basso.
Giorgia Meloni vorrebbe le preferenze, per dare alla riforma un volto più coerente con il principio di responsabilità politica. Ma alleati ed anche avversari hanno alzato il muro. Se davvero si vuole uscire dall’ingovernabilità, la via è convincere chi non vota; non blindare i gruppi dirigenti, ma riaprire la competizione; non nascondere i votanti sotto il tappeto di un sistema malfunzionante, ma riportarli alle urne restituendo loro una scelta effettiva. Perché la governabilità senza rappresentanza è solo comando dall’alto; e il comando senza consenso è un edificio costruito sulla sabbia.
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