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Abitare la terra per custodirla nella fratellanza

Giornalista
Abitare la terra per custodirla nella fratellanza

Qui sibi nomen imposuit… Frasciscum! 

Quando mezzo mondo ancora non aveva idea di chi fosse il cardinale Bergoglio, l’annuncio di fine Conclave del marzo 2013 sancì uno spartiacque, stabilendo un prima e un dopo della storia ecclesiale, una divisione del tempo netta ed emblematica.  Poiché – a parere sia degli storici che della gente comune –  bisognava avere un coraggio immenso da parte di un pontefice a chiamarsi Francesco, ispirando e traghettando la Chiesa avendo come idealtipo il “fratello universale” di Assisi, santo per i credenti e modello etico per i non credenti. 

Ma per quei paradossi della storia fatta di percorsi e ricorsi, di discese ardite e di risalite (canterebbe Lucio Battisti), era giunto il tempo di rispondere a quella vocazione nata da un sogno “và a ripara la mia casa”, sentito come appello non più procrastinabile sia allora per il poverello d’Assisi e poi secoli dopo per il gesuita argentino Jorge Mario Bergoglio.

Una chiamata a “riparare la casa” della Chiesa, un edificio che magari non era in rovina ma che qualche crepa vistosa ce l’aveva eccome. Ma con ciò non mi riferisco alle piccole grettezze scandalistiche di quegli anni ma a qualcosa, a mio parere, di molto più profondo anche perchè – come del resto insegnano le pagine evangeliche  – per quanto sembri apparentemente grande la miseria degli uomini è invece  infinitamente più grande la misericordia della Provvidenza.

Era giunto quindi il tempo di partire da uno sguardo più alto, da quello che i registi chiamano grandangolo, da una visione di grande ampiezza. Bisognava rinnovare più che riformare, trovare lo spirito dell’aggiornamento voluto dal Vaticano II e-  senza sterili manicheismi dei decenni precedenti nei quali si fronteggiavano sociologi da una parte e teologi dall’altra –  partire da quella formidabile asserzione scolpita nella lettera e nello spirito del Concilio Vaticano II che definisce inequivocabilmente quando la Chiesa è se stessa e nella pienezza della sua presenza nel mondo.  Ad essa – leggiamo al n. 4 della Gaudium et Spes –  è dato il compito di scrutare i “segni dei tempi”  così che, in modo adatto a ciascuna generazione, possa rispondere ai perenni interrogativi degli uomini sul senso della vita presente e futura e sulle loro relazioni reciproche. 

Bisogna partire da qui per avere una possibile chiave di lettura del saggio di Leonardo Boff e di Pierluigi Mele “Abitare la terra, quale via per la fraternità universale” edito da Castelvecchi e che si consiglia in occasione della giornata del creato giunta alla sua settima edizione. Voluta nel 2015 dal Papa, essa si è innestata nel dibattito ormai urgente e permanente della tutela del pianeta e che vede al centro l’enciclica Laudato Si da cui promana quell’ecologia integrale alla quale guardano ormai studiosi, scienziati e parte della politica contemporanea, un messaggio che – col senno di oggi -si è rivelato  propedeutico all’altra enciclica Fratelli tutti speculare alla precedente sulla difesa del Creato. 

Il saggio curato da Mele (giornalista di Rainews24) ricompone le tessere di un mosaico dalla vicenda drammatica: nato armonico, poi lavorato da troppe mani, in parte sabotato e scomposto, negli ultimi tempi ha ritrovato nei cassetti il suo progetto originario e portato in qualche modo a termine. Sono tutte metafore di un percorso non sempre lineare di quella teologia della liberazione oggi liberata – mi si passi il termine – dalle polarizzazione dei decenni precedenti e che ha trovato una “quadra” grazie al contributo essenziale della teologia del popolo fornita da Bergoglio, il papa della grande speranza come lo definisce l’autore nella sua introduzione.

Qual è lo scenario di oggi? Ebbene, una secolarizzazione sempre più ipertrofica ci ha consegnato un mondo non più “abitato” ma sfruttato, spremuto come un limone nelle sue risorse naturali e umane. Un mondo diseguale ai limiti del tollerabile, con pochi ricchissimi e molti poverissimi allo stremo. E le democrazie, sorde alla costante perdita di senso  guardano –  direbbe Zygmunt Bauman –  come spettatrici smarrite, incapaci di dare una traiettoria di soluzione dei problemi.

Scrutare i segni dei tempi quindi  – così come indica il Vaticano II – è l’architrave di quel processo di “discernimento” che è mancato in certe fasi cruciali del passato, un deficit di elaborazione e di ponderazione  di cui il papa argentino ne è consapevole, e con lui il consesso che lo ha scelto.

Per questi motivi, Francesco reitera l’appello ad avere gli occhi per vedere le necessità e le sofferenze sia dei fratelli (cf. preghiera eucaristica V/C) che della terra, la casa comune dell’umanità, un pianeta in affanno giunto quasi al punto di non ritorno ovvero di non poter più sostenere l’umanità. Il saggio fornisce abbondanti prove della necessità di custodire la terra e di abitarla con intelligenza e gentilezza, sapendo che ogni cosa ci è stata offerta come un talento da moltiplicare (cf Mt 25,14-30) e non come qualcosa da consumare avidamente. 

In questo senso, i due autori tornano a più riprese su una critica costruttiva anzitutto interpellando la comunità dei credenti responsabile spesso di essere tiepida, pigra, poco incline all’investimento di nuove e autentiche energie, poco fraterna con quel senso che proprio il Papa intende con la celebre dichiarazione firmata ad Abu Abu Dhabi a quattro mani con il Grande Imam di Al Azhar Ahmad Al-Tayyeb. E’ quindi patrimonio delle fedi quello di chiudere la stagione della voracità di potenza, di erosione delle risorse naturali, di sfruttamento dei deboli. Una volontà di dominio e di sopraffazione che lascia vittime dietro di sè e che non costruisce fraternità ma ostilità. 

Ma il libro è per tutti, è un testo di grande respiro. La lettura di questo saggio impone di non osservare i tempi attuali da sotto la terra come gli struzzi: invita, al contrario, a  prendere posizione, ad avere brave-heart , un cuore coraggioso per costruire, partendo da se stessi, una nuova presenza nel mondo, un modo nuovo ed inclusivo  dell’umanità di abitare il pianeta superando – afferma Boff –  le disuguaglianze e vedendo in ciascuno un fratello e una sorella con i quali condividiamo lo stesso humus, la terra delle nostre comuni origini

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