Anche Stellantis non resiste al fascino di Pechino e consolida la collaborazione con Dongfeng Motor Group. Obiettivo dell’accordo è la produzione congiunta di nuovi veicoli elettrificati dei marchi Peugeot e Jeep nello stabilimento di Wuhan a partire dal 2027, con destinazione sia il mercato cinese sia l’esportazione globale. Il progetto ruota attorno alla joint venture Dongfeng Peugeot Citroën Automobile, la DPCA, e segna un nuovo passaggio nella strategia industriale del gruppo in Cina.
La prima fase prevede la produzione di due auto a “nuova energia” a marchio Peugeot. A partire dal 2027 è previsto anche l’avvio della produzione di due fuoristrada elettrificati Jeep che saranno venduti in tutto il mondo. L’operazione si inserisce in un contesto industriale favorevole, sostenuto dalle politiche della provincia di Hubei e della municipalità di Wuhan.

L’investimento complessivo è pari a circa un miliardo di euro. Il contributo diretto di Stellantis sarà di almeno 130 milioni di euro. Non è tutto però.
Accanto all’accordo operativo, le due società hanno sottoscritto anche un “memorandum d’intesa non vincolante” per allargare ulteriormente la cooperazione industriale e tecnologica. L’obiettivo è mettere a sistema ricerca, sviluppo, capacità produttiva ed economie di scala, in una fase in cui la competizione sull’auto elettrica si gioca sempre più sulla dimensione globale delle alleanze. Fa riflettere che Stellantis annunci progetti di sviluppo in Cina, Stati Uniti e addirittura in Spagna mentre del “Piano Italia” non c’è traccia.

Tra sindacati, Governo e sistema produttivo italiano qualcuno dovrebbe cominciare a porsi delle domande.
Non solo Stellantis. Quello della ex Fiat non è l’unico caso di aziende italiane (o ex) che hanno scelto di investire in Cina. Basti pensare che n Cina ci sono circa 1.500 imprese italiane, con un fatturato aggregato di circa 33 miliardi di euro. Secondo la Camera di Commercio Italiana in Cina c’è una rete di oltre 850 aziende italiane e straniere associate. Un vero e proprio universo imprenditoriale fatto di grandi nomi Brembo, Ferrero, Lavazza ma anche di una miriade di piccole e medie imprese che hanno trovato nel “Celeste Impero” la nuova frontiera degli affari, della crescita e degli investimenti tecnologici. Come mai tante aziende italiane e occidentali scelgono proprio la Cina? Le ragioni sono diverse. Oltre a quelle storiche legate all’enorme mercato e all’ancora relativamente basso costo del lavoro, se ne sono affiancate altre più puramente industriali.

Ad esempio, è facile trovare una filiera industriale già pronta: in Cina trovi fornitori, componenti, logistica, manodopera specializzata e infrastrutture produttive concentrate nello stesso ecosistema. Questo abbassa tempi e costi. Il motivo più contingente, però, è legato alla tecnologia e alla scala produttiva.
Su elettrico, batterie, fotovoltaico, elettronica e automazione la Cina ha competenze, velocità e capacità produttiva difficili da replicare altrove. Per molte imprese non è solo un mercato: diventa una piattaforma industriale globale. Un elemento ulteriore da non sottovalutare è il sistema di incentivi che sia il Governo centrale di Pechino che quelli regionali locali mettono sul tavolo per le aziende. Come gli Stati Uniti, anche la Cina ha un robusto piano di aiuti per le imprese che investono.

Proprio quest’ultima ragione dovrebbe mettere sul chi va là sia il Governo italiano che la burocrazia della vecchia e cara Europa. Quando capiranno che senza un robusto insieme di contributi l’industria del vecchio Continente è destinata a sparire?

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