L’Italia è priva di una politica industriale vera e direzionale: che sceglieva settori, finanziava con capitali, generava manager dagli anni 90. Nella imminenza della nascita della UE, l’industria bancaria riformata spodestò Mediobanca dal ruolo di regista e finanziatore della grande impresa privata del Nord. Quel ruolo avrebbero dovuto rivestirlo la Borsa o le banche privatizzate ma non lo fecero. L’industria del nord si dissolse in meno di dieci anni. Montedison Olivetti Farmitalia Ferruzzi sparirono. Fiat ci mise un poco di più ma seguì.

La politica industriale aveva un secondo pivot, pubblico, l’Iri, che venne a sua volta dissolto ma sostituito da più poli decisionali che alla luce dei fatti si dimostrarono solidi. L’Eni scongiurò la sua privatizzazione quando fallì Enimont. Chissà se sarebbe andata meglio? Controfattuale non c’è. Ad ogni modo oggi l’industria pubblica si avvale della CDP e la Sace come istituti finanziari e di alcune Sgr che hanno competenze. Nella transizione verso la modernità, l’impero di Mediobanca si è sgretolato mentre l’impero pubblico si è ristrutturato. Anche Poste, Leonardo, Fincantieri Terna e Trenitalia sono esempi di complessi che hanno passato quell’epoca e se la cavano. L’Italia è riuscita a restare la seconda Manifattura europea grazie a loro e a circa 6000 medie imprese totalmente private esportatrici, spesso basate in distretti.

La politica industriale si è così ridisegnata in due filoni: i tavoli di crisi per i grandi complessi (con pochi successi da vantare, vedi ILVA) e che sono una quarantina oggi al ministero e una politica di sussidi e incentivi volti a modernizzare l’industria leggera. Questi hanno avuto diverse fortune a seconda della dotazione e della facilità e capienza. Vero è che con il concorso dei numerosi bonus sul bilancio pubblico quelli industriali sono stati resi selettivi difficili e insufficienti. Questo va detto. C’è una politica industriale diversa che si può fare? Ispirandoci ad altri paesi abbiamo lanciato un ecosistema per le startup che non abbiamo però sostenuto fino in fondo. L’industria vive poi di fattori ineliminabili come le materie prime e l’energia. Le materie prime costano uguali per tutti mentre l’energia si paga ai costi di casa, quindi una politica energetica nazionale per abbassare industrialmente il costo del kWh avrebbe senso, ma non c’è. Infine, c’è il confine tra quello che deve fare lo Stato e quello che fa il mercato. Ultimamente si invoca una maggiore presenza dello Stato almeno come difesa dell’interesse produttivo nazionale.

E allora quando gli interessi produttivi sono rilevanti come nel caso dell’auto, che era il primo settore industriale, esso andrebbe difeso con partecipazioni al capitale e rappresentanza nella governance. Un ingresso della CDP in Stellantis al momento della fusione sarebbe stato utile, ma non venne fatto dal governo di allora, giallorosso. Quanto al caso di questi giorni, la vendita di beni durevoli per la casa si è fermata per via del fatto che il loro avvicendamento spesso non è obbligato ma è una scelta discrezionale, di quelle che le famiglie rinviano di questi tempi. Poi c’è il fatto che si tratta di prodotti a media tecnologia, nei quali i concorrenti ormai sono in moltissimi paesi con costi energetici, del lavoro e fiscali più bassi. Stiamo parlando di un prodotto maturo e la politica industriale qui non può che essere che quella di limitare i danni di un downsizing inevitabile. Per spingere, la politica industriale dovrebbe pensare invece ai settori in crescita: robot, droni, tecnologie di produzione, tecnologie sanitarie, chimica avanzata, datacenter per AI. L’ennesimo tavolo di crisi per cercare il cavaliere bianco che reindustrializza uno stabilimento decotto costa e non dà una soluzione ai lavoratori, che hanno bisogno di un reddito transitorio, una valutazione delle competenze, una formazione aggiuntiva e un reinserimento.