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Beppe Sala, allievo di Dewey

Direttore d'orchestra
Beppe Sala, allievo di Dewey

Qualche giorno fa in un’intervista su Repubblica, il sindaco di Milano Beppe Sala ha chiesto al centrosinistra di proporre al paese un progetto di lungo termine e al capo dell’esecutivo di attorniarsi di ministri capaci ed esperti, per provare ad attuarlo.

A prima vista, l’idea di un governo degli eruditi rimanda direttamente all’idea di Platone di un governo dei filosofi, un’idea, a quel tempo conservatrice, che lo stesso filosofo cercó di realizzare nella città di Siracusa, guadagnandoci solo qualche mese di carcere e la condanna alla pena capitale che, per sua fortuna, fu in grado di sfuggire miracolosamente.

Fedele all’idea che la ricerca della verità costituisse un compito che spettasse ai filosofi e non potesse essere decisa a colpi di maggioranza, Platone nutriva per i processi democratici un sommo disprezzo.

Ma l’idea di un governo degli eruditi è propria anche delle ideologie progressiste.

Circa duecento anni fa tutta la filosofia sociale e positivista europea, con proposte diverse ma simili, da Jeremy Bentham, a Saint Simon e a August Comte, proposero un governo di intellettuali (Bentham), di banchieri, industriali e scienziati (Saint Simon) o di politici intesi come scienziati (Comte).

Era il momento della irresistibile ascesa della borghesia, con la rivoluzione industriale che si portava dietro il problema immenso della formazione e dello sfruttamento della classe operaia, della alienazione dei processi di produzione, e dell’enorme squilibrio nei rapporti di produzione stessi.

Una parte degli intellettuali si schierò per la abolizione della proprietà privata (Marx, Engels, in parte Proudhon), un’altra per una emancipazione economica e sociale del proletariato (Owen), un’altra per soluzioni di tipo anarchico (Proudhon, Fourier), e finalmente i positivisti e gli utilitaristi, per una soluzione di governi di illuminati e di eruditi che perseguissero il maggior bene per il maggior numero di persone possibile.

Ma la fede in un progresso indefinito della società, propria del Positivismo, si è incagliata a fine secolo, sugli scogli del nichilismo di Kierkegaard, di Schopenhauer, di Nietzsche. La scienza in quanto tale non era più in grado di imprimere una direzionalità di progresso alla storia. Anzi gli strumenti tecnologici messi a disposizione dagli scienziati, potevano essere usati per scopi direttamente opposti al progresso.

Wittgenstein, nel 1921, pone un suggello alla incapacità dello scienziato di occuparsi d’altro che non ciò di cui veramente è specialista: “tutto ciò che si può dire, lo si può dire chiaramente, su ciò di cui non si può parlare, bisogna tacere”.

Oggi, in tempo di Cornovirus, sulla figura dello scienziato-decisore capiamo che Wittgenstein aveva ragione. Nugoli di scienziati in contrasto tra loro a fare a gara nei talk show, a confondere le idee ai cittadini, e, sembrerebbe, anche a chi deve decidere.

Tuttavia Beppe Sala ha ragione, e l’origine delle sue affermazioni vanno ricercate nella unica filosofia e politica che oggi sembra possibile, o quanto meno accettabile: il Pragmatismo.

Nato con Charles Sanders Peirce, nella seconda metà dell’Ottocento, e proseguito con Charles Dewey fino al 1952, il Pragmatismo è quella teoria filosofica di cui dobbiamo essere veramente grati agli Stati Uniti d’America.

Il Pragmatismo ci dice che la verità di una teoria coincide con il suo successo pratico, che l’obbiettivo della scienza non è trovare la verità, ma chiarire le nostre idee, stabilire le nostre credenze in funzione della loro efficacia operativa. Ci dice soprattutto che la scienza è un processo pubblico, realizzato dalla totalità della comunità scientifica (non dal singolo scienziato), quindi ha una base democratica e scientifica al tempo stesso.

Il Pragmatismo sostiene il metodo abduttivo, cioè il metodo che non essendo induttivo né deduttivo, procede per ipotesi esplicative che vanno dimostrate dalla realtà, ci dice quindi che compito del decisore è porre delle ipotesi di sviluppo, e che la validità di queste ipotesi vanno poi sostenute in base alle conseguenze pratiche che esse comportano.

Quindi, tornando a noi, il centro sinistra, attualmente al governo, dovrebbe porre le sue ipotesi sul tavolo, discuterle, approvarle, e stabilire continui processi di verifica; il personale politico che il Premier dovrebbe scegliersi nel governo non dovrebbe essere soggetto a dogmi, a santificazioni, a verità incondizionate. Ognuno sia soggetto a verifica, per il Pragmatismo contano solo ed esclusivamente i risultati.

Il Premier dovrebbe avere le qualità, non di colui che ha la verità in tasca, ma di colui che, sommamente interessato ai risultati, si applica con fervore religioso al perseguimento degli stessi , e che continui a stimolare la sua maggioranza ad offrire ipotesi di lavoro, a interrogare la comunità scientifica, e a non esitare a cambiare nella squadra chi non produce i risultati.

Ma attenzione il Pragmatismo non esenta da errori! L’errore è possibile, perché una ipotesi che si è messa sul tavolo potrebbe essere stata sbagliata. Va riconosciuto, alla luce dei risultati, che l’ipotesi era sbagliata e cambiare ipotesi di lavoro.

Pare che John Dewey prima di morire abbia lasciato scritto nel testamento: « nomino Beppe Sala mio discepolo ad honorem nella Libera Accademia del Pragmatismo, diffonderà i principi della mia filosofia,
con successo, dapprima in una grande città, in seguito nell’Italia intera ».

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