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Carabinieri Piacenza: troppi censori cadono dal pero

Carabinieri Piacenza: troppi censori cadono dal pero

Condivido ogni parola dell’editoriale del 25 luglio di Piero Sansonetti: “Carabinieri di Piacenza, linciati da giornali e procura senza un processo e possibilità di replica”. Il Garantismo non può mai essere a senso unico e applicato solo agli “amici”.

Conosco e apprezzo la professionalità e la determinazione della Procuratore della Repubblica di Piacenza, con la quale l’unità investigativa di cui ero responsabile all’Ufficio Europeo per la lotta alla Frode (OLAF) in altro capitolo della mia vita professionale, ha collaborato in una delicata indagine internazionale. Ma ciò non mi evita di pormi qualche  interrogativo  su alcuni aspetti della comunicazione pubblica dei risultati di questa ancor più delicata indagine giudiziaria. Ho avuto modo di leggere l’ordinanza del GIP ritrovata sul Web, perché in Italia succede anche questo. I fatti denunciati dalla Guardia di Finanza appaiono di una gravità indiscutibile. E senza precedenti, almeno nel nostro Paese. La lettura mi ha anche permesso di comprendere meglio le ragioni del sequestro probatorio (sinora unico della storia nazionale) di una intera caserma. Che mi appare ora più giustificato di quanto avessi pensato in un primo momento, da irrinunciabili esigenze investigative (quali il rischio di inquinamento delle prove, anche involontario, e la necessità di fare esami scientifici per la ricerca di tracce di altri pestaggi). Senza le quali sarebbe stato un inutile ulteriore schiaffo alle istituzioni, e quindi un danno per tutti.

Non ho però timore di confermare,, dopo quasi trent’anni di esperienza internazionale, che le forze di polizia italiane (a cominciare dai Carabinieri) sono e restano tra le migliori al mondo, non solo d’Europa. Per dovizia di personale, mezzi e strumenti che hanno a disposizione (nonostante gli abituali piagnistei italiani), ma anche per la preparazione e la qualità media degli appartenenti.  Cosa che vale anche per i magistrati. Perché, contrariamente a quanto si pensi in Italia, l’erba del vicino non è sempre più verde. Anche se la dovizia di strumenti giuridici e tecnici investigativi (non c’è indagine, di fatto, che non si avvalga di ascolti telefonici, ambientali o persino di trojan), ha anche un triplice impatto negativo, inimmaginabile in altri paesi. Infatti, oltre alla compressione delle libertà fondamentali, l’uso disinvolto di strumenti tecnici altamente invasivi della sfera privata dei cittadini (compresi i non indagati), ha anche un impatto considerevole in termini di costi a carico del contribuente. Perché nessuno in Italia si preoccupa di valutare davvero il costo di ogni indagine. Che raramente è rapportato ai risultati effettivamente conseguiti. Ma un terzo impatto consiste nella pigrizia investigativa generata dall’appoggiarsi troppo sistematicamente ad ascolti e intercettazioni, che stanno ormai soppiantando i tradizionali, e più faticosi, metodi investigativi.

Appare tuttavia indubbio che l’Arma dei Carabinieri, sul piano etico, viva da tempo un delicatissimo momento della propria storia bisecolare. Senza farsi mancare, oltre a troppi processi per omicidi, stupri, abusi di potere, violenze e altri reati, compiuti da propri militari, neppure qualche folcloristica sovraesposizione mediatica e social di ufficiali falconieri incappucciati o che, seppure in congedo, non rinunciano a identificarsi pubblicamente come “generale dei Carabinieri” neppure quando indossano sgargianti giacche arancioni, e si recano al Quirinale, accompagnati dalla stampa, con l’intento dichiarato di arrestare il Presidente della Repubblica “in nome del popolo”. Cose inimmaginabili in altri tempi e in democrazie avanzate diverse dalle repubbliche delle banane. Ma che sono purtroppo l’ulteriore conferma della gravissima crisi, etica, culturale, sociale e morale, ancor prima che economica, che affligge da tempo il nostro Paese. E tutte le sue strutture istituzionali. Nessuna esclusa.  Che sono necessariamente lo specchio del paese reale dal quale provengono i loro appartenenti. A cominciare, dopo la politica, dalla magistratura. Il cui coperchio che per decenni ha celato ai cittadini il modo di funzionamento, ed il ruolo autoreferenziale di CSM  e ANM, saltato con il caso Palamara, spero non venga rimesso su Magistratopoli. Magari a causa del clamore mediatico dei fatti di Piacenza. E degli altri che – spero di sbagliarmi, nonostante i concomitanti annunci mediatici del rinvio a giudizio dei generali Del Sette e Saltalamacchia – continueranno ad emergere, con la potenza di fuoco degli strumenti di distrazione di massa. Accompagnati dallo sciacallaggio mediatico di tanti che ora pontificano e denigrano, ma ai quali per le loro funzioni (ad esempio, magistrati e giornalisti), al pari della gerarchia degli indagati, si potrebbe obiettare che anche loro “non potevano non sapere”.

A tale proposito, torno all’editoriale di Sansonetti, ed in particolare all’articolo 111 della Costituzione, che il direttore del Riformista giustamente richiama. Perché sancisce che “… la legge assicura che la persona accusata di un reato sia, nel più breve tempo possibile, informata riservatamente della natura e dei motivi dell’accusa elevata a suo carico”. Allora, seppure soddisfatto, come giornalista, dall’aver potuto leggere l’ordinanza del GIP degli arresti di Piacenza, come cittadino mi chiedo se non sia sconcertante che atti giudiziari contenenti anche dati personali sensibili degli indagati (come gli indirizzi di casa) circolino liberamente e pubblicamente, e senza alcuna riservatezza,  in flagrante violazione, oltre che della Costituzione, anche del diritto europeo in materia di privacy (GDPR).

Mi chiedo infatti cosa succederebbe (uno scandalo nello scandalo) se qualcuno dei presunti spacciatori, o delle presunte vittime degli indagati, andasse a bussare alla porta dei domicili privati degli inquisiti. Ove in alcuni casi abitano anche i loro familiari.

Ci sarà mai qualcuno che vorrà accertare come questa divulgazione di dati personali sia stata possibile, prima che succeda qualche nuovo dramma, e che poi tutti fingano, come sempre, di cadere dal pero?

Ma ormai anche questa è l’Italia. Ed è un’Italia che mi piace sempre meno.

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