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Facciamo la guerra al coronavirus, non ai cittadini

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Facciamo la guerra al coronavirus, non ai cittadini

Quale guerra? – Da quando è iniziata l’attuale pandemia da coronavirus, i media e numerosi esponenti delle istituzioni politiche e scientifiche hanno utilizzato spessissimo un particolare mantra: “è una guerra”. Alle volte, leggendo gli articoli di alcuni giornali o assistendo a certi show televisivi, verrebbe da chiedersi se una guerra sia effettivamente in corso nel nostro Paese. Una guerra, si, ma non quella contro il virus, una guerra in cui il nemico da annichilire sono i cittadini.

Cittadini che, sia chiaro, sono parte del problema. Indignarsi ormai è uno sport nazionale. Molti, troppi, non chiedono altro che di venir messi a parte dello scandalo quotidiano che consenta loro di sfogare contro un bersaglio, possibilmente a tiro di insulto, paure e frustrazioni. Pezzi simili, quindi, tirano eccome. Anche gli stupefacenti, però, vendono bene, ma questo non rende gli spacciatori dei cittadini modello.

Infatti, l’impressione è che si tenti di somministrare all’audience una narrazione ben precisa: quella dell’irresponsabilità dei cittadini quale causa principale dell’attuale situazione. Si è detto guerra, in relazione a questo fenomeno mediatico, perché è difficile scacciare il dubbio di una intenzione manipolatoria ben precisa, supportata artifici retorici ed escamotage fotografici (o televisivi).

Notizie fuorvianti – Qua e là c’è chi si cimenta nel debunking, come l’autore di questo articolo, che ha messo in dubbio la rappresentazione mediatica della situazione dei navigli milanesi proposta nei giorni scorsi da alcune testate. Io stesso ricordo che, all’inizio delle prime fasi di lockdown, presi atto con rabbia di come un giornale di primissimo piano rappresentasse la situazione della metropolitana milanese in modo del tutto fuorviante. L’articolo, per quanto ricordo, spiegava come nella linea gialla di Milano la situazione fosse uguale a quella di “un normale lunedì mattina”. Peccato che la foto a corredo ritraeva un vagone della metro tutt’altro che pieno: erano forse esauriti i posti a sedere e si vedeva giusto qualche persona in piedi.

Ora, chiunque abbia mai utilizzato la metropolitana milanese all’orario di punta di un giorno feriale, saprà benissimo che, in condizioni normali, è quasi difficile accedere alla banchina, che nei vagoni si fatica a salire. Evidentemente, chi ha pubblicato l’articolo non si è accorto del fraintendimento.

Siamo troppi – Peraltro, nessuno nega che nelle grandi città si verifichino realmente, a volte, concentrazioni notevoli di persone nelle vie, nei parchi o sui mezzi pubblici. Ogni persona sensata, però, prima di stigmatizzare i cittadini coinvolti, dovrebbe farsi una domanda banale: come fa un milanese o un romano ad uscire due minuti di casa senza rischiare di dar vita ad un “assembramento”? Si ragiona come se la gente arrivasse da chissà dove, attratta dalle frivolezze della movida, ma con bar e negozi chiusi e controlli delle forze dell’ordine, è lecito supporre che le persone colte a passeggiare per le strade siano, banalmente, gli abitanti delle zone circostanti che cercano di non marcire chiusi in casa. Siamo tanti, forse troppi, e non è colpa di nessuno.

In ogni caso, comunque, sono numerosi coloro che, come l’autore dell’articolo citato, fanno notare come la rappresentazione della realtà offerta da molti media sia distorta o, per lo meno, esagerata.

Il problema, venendo al punto di quella che ho provocatoriamente definito “guerra”, è che questo story telling potrebbe anche far ritenere a qualche malizioso che si cerchi di diffondere consapevolmente l’idea che, se le cose vanno peggio di come potrebbero, la causa principale non debba essere ricercata nelle lacune dei decisori e delle istituzioni politiche e scientifiche, ma nei cittadini. L’idea che filtra è quella dell’autorità paterna che, dopo aver fatto tutto quanto doveva essere fatto, osserva delusa i pargoli indisciplinati e si prepara a dover intervenire con bonaria severità, per il loro bene. Peccato che questa narrazione cozza coi fatti e, di conseguenza, appare offensiva e – lo dico – pericolosa. Vediamo perché.

La pandemia non è un’invasione aliena – Principalmente: la pandemia da coronavirus non è un’invasione aliena. Si poteva, quindi, essere più pronti? Si. La retorica dell’evento totalmente inatteso è semplicemente ridicola. Ovvio, erano ignoti i dettagli, ma l’evenienza era abbondantemente prevista. Qualcuno, come ad esempio in questo articolo, ha spiegato bene la questione. Perché, allora, non è stato fatto granché per aumentare notevolmente la resilienza del Paese e anzi, direbbe qualcuno, si è fatto il contrario? Dov’era la logica della “salute prima di tutto” prima che il danno fosse conclamato? Di fronte all’inerzia pervicace di chi aveva informazioni, budget e potere decisionale, è davvero possibile scrollare le spalle e girarsi a puntare il dito contro chi, trovatosi solo e inconsapevole nel caos, ha semplicemente continuato a rispondere alle proprie necessità (anche compiendo errori)?

Pecunia olet – Se poi qualcuno dovesse parlare di mancanza di fondi da destinare alla prevenzione di una minaccia incerta, potrebbero dirsi due cose. La prima che, per coerenza, dovrebbero allora essere seriamente ridiscusse le spese militari dello Stato. Non risulta, infatti, che sulla nazione gravino imminenti minacce belliche “classiche”, che possano essere contrastate con fanti, aerei e bombe. Chiaro che esiste la dissuasione (che implica un vantaggio immediato), ma nell’attuale contesto geopolitico è lecito dubitare sia garantita dal nostro arsenale militare. Se si può sperare passivamente che non ci sia una pandemia, si può allora sperare passivamente che non ci sia una guerra, destinando quella parte rilevante di budget ad altre voci di spesa.

In secondo luogo, dibattiti come quello relativo all’ILVA di Taranto impediscono di credere che davvero faccia fede la politica assoluta della “salute prima di tutto”. La salute, nelle sale dei bottoni, è un fattore relativo come tanti e deve vedersela con la logica del profitto. Poi, nel momento in cui assume una dimensione tale da rischiare di far saltare il banco, si cerca di mettere una pezza scaricando il grosso dei sacrifici sulle masse. Medici e infermieri eroi (in realtà sacrificati) e cittadini riprovevoli. Ecco la ricetta.

I sacrifici maggiori? Li scontano i lavoratori (soprattutto precari) che si ritroveranno disoccupati, i cittadini a cui sono sottratte le libertà civili, i piccoli commercianti e imprenditori che non reggeranno alle perdite e all’inevitabile calo di domanda dei prossimi mesi.

Chi paga? – Eh già, perché tanto più sarà efficace questa retorica mediatica e politica (condita dalle misure ad essa informate), quanto più otterrà di massacrare, ad esempio, le casse di ristoratori, commercianti e albergatori. Chi, infatti, oppresso da paura e senso di colpa, a misure cessate, sarà così pazzo da mettersi a prenotare (a ritmi utili) viaggi e soggiorni in tempi in cui al primo capriccio della curva epidemica ci si può ritrovare, dalla sera alla mattina, letteralmente chiusi nell’edificio e nel comune in cui ci si trova?

Viene da chiedersi cosa, nelle teste dei consumatori non troppo abbienti, giustificherà l’esborso quando andare al ristorante o in spiaggia significherà fare uno stressante slalom tra mille incertezze (mi fermeranno col termoscanner quando avrò già l’acquolina in bocca dopo aver attraversato tutta la città in macchina?), regole (distanze, mascherine..) e paure (già, perché molti avranno paura del contagio per sé stessi e per i propri cari ed altri delle sanzioni).

Eh si, perché chi paga per una cena o per l’ombrellone, paga l’esperienza. Paga il piacere della convivialità e della spensieratezza, paga il piacere di conoscere il vicino d’ombrellone e magari flirtare o far giocare assieme i propri figli, paga il piacere di sedersi con gli amici ad un tavolo e condividere il pane, magari assaggiando dal piatto dei convitati più vicini. Questo è il risultato dell’allegra inerzia preventiva e della repressione sulle masse ex post, che nel frattempo ha fruttato a qualche pantalone la salvezza dal vedersi negare fondi, attribuire costi o impedire business negli anni passati.

I dubbi – Tanto peggio se, poi, si considera che non è ancora del tutto chiaro se queste misure ex post abbiano un’efficacia commisurata al rischio.

Anzi, fioccano negli ultimi tempi riflessioni di medici e studi che sembrano illustrare come, nei fatti, il contagio avvenga soprattutto in contesti ritenuti ineludibili: lavoro, casa, ospedale. Ma vietiamo le passeggiate e facciamo sentire in colpa i cittadini, o consentiamole solo saltando su un piede e recitando l’inferno di Dante, dietro minaccia di repentini ritorni alla carcerazione di massa, che è utile. Curiosità: è possibile indicare un segmento temporale della curva epidemica degli ultimi mesi e dire “ecco, qui ha fatto effetto il lockdown”? Ci si aspetterebbe di sì, se fosse sensibile la quota di contagi verificatisi nei contesti radicalmente investiti dalle misure restrittive. Agli epidemiologi l’ardua sentenza.

Furbetti un tubo! – Per questa ragione fa male, ad esempio, vedere accostati ai “furbetti del quartierino” i cittadini che, travolti da una situazione per loro sì inaspettata e tragica, hanno cercato, magari con leggerezza, di compiere gesti normali, importanti e a volte automatici come sgranchirsi le gambe, prendersi cura del loro animale da compagnia, vedere affetti intimi. A me, ad esempio, non fa affatto ridere il quindicenne che cerca di andare, dopo settimane, a visitare la sua innamorata. Non mi fanno affatto ridere gli anziani che, magari consapevoli di aver, covid o non covid, pochi anni davanti, cercano di eludere le restrizioni per andare a giocare a briscola con gli ultimi amici di una vita rimasti in grado di alzarsi in piedi. Io mi commuovo con loro.

Certo, la legge vale per tutti ed è normale e giusto che, se pizzicati, vengano sanzionati dalle forze dell’ordine (guai al contrario!) ma non posso proprio considerare queste persone alla stregua di quei “furbetti” di mediatica memoria che hanno consapevolmente e spregiudicatamente violato la legge per accrescere i loro patrimoni milionari scalando banche, o a quegli impiegati pubblici (i furbetti del cartellino) che, pagati da tutti noi, facevano giornate intere di svago, dissimulando le timbrature.

Retorica pelosa – Trovo nauseabondo e pericoloso che, considerato tutto, si molestino le persone (in larga parte anche piuttosto ligie nel rispettare le restrizioni) con moralistiche reprimende da parte di politici che, invece di chiedere scusa per le cecità o inadeguatezza del sistema di cui sono, al momento, rappresentanti e responsabili, si rivolgono alla cittadinanza con termini come “non consento” o “mi incazzo”. Mi fa schifo soprattutto se sono costretto a non escludere che tutto questo sia frutto di una strategia deliberata, volta a dirottare l’attenzione, a creare senso di colpa e a preparare il terreno per interventi repressivi o facilitare politiche di regressione in materia di libertà e diritti fondamentali.

Scenari a tinte fosche – Penso ad esempio al dibattito sull’importanza della privacy, funestato dalle sparate nazidiote di alcuni politici e medici che ne minimizzano l’importanza. Nessuno, però prova a spiegare con la dovuta attenzione che, oggi, privacy non significa solo anonimità, ma sicurezza e libertà a 360 gradi, premessa per l’esercizio e la realizzazione di qualunque altro diritto fondamentale. I rischi connessi ad una gestione “leggera” della data protection sono gravissimi e non hanno necessariamente a che fare con l’identificazione delle persone fisiche. Dedicherò all’argomento, di cui mi occupo professionalmente, spazi adeguati, per ora basti la suggestione.

La speranza, quindi, è che si giochi pulito nel riscotruire un modello di convivenza nuovo. Un modello fondato sul diritto dei cittadini a vivere, piuttosto che esistere.  Un buon inizio sarebbe quello di smettere di utilizzare i cittadini come assicurazioni per scelte di convenienza finite male. Di certo, si dovrebbe evitare di usare la tecnologia per controllare le persone, mettendola invece sempre e solo a loro servizio. I media, colonna portante di ogni democrazia sana, hanno un ruolo fondamentale in tutto questo: devono essere custodi del pensiero critico, non del pensiero unico.

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