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Fornero, Salvini e la nemesi per chi non discerne

Giornalista
Fornero, Salvini e la nemesi per chi non discerne

Non stupisce che il ritorno di Elsa Fornero, consulente ( a titolo gratuito) del governo Draghi sugli indirizzi di politica economica, abbia provocato in Salvini la schiuma alla bocca dallo choc.  In queste ore è pronta un’interrogazione parlamentare e tuttavia  la nemesi è servita per la lega e per i cinquestelle che sull’ex ministro Fornero hanno attivato in questi anni di populismo al potere  una campagna di rara aggressività politica.  La scelta di nominare l’ex ministro del governo Monti  consulente dell’esecutivo Draghi  è di Bruno Tabacci, sottosegretario alla presidenza del Consiglio  il quale (vecchia volpe)  fa sapere di aver provveduto istituire un Consiglio d’indirizzo chiamato a orientare, potenziare e rendere efficiente l’attività programmatica in materia di coordinamento della politica economica presso il Dipartimento di programmazione economica presso l’esecutivo.

L’incarico è tutto perfettamente coerente con i corsi-ricorsi della politica italiana quindi non una novità:  dopo anni di fuffa cosmica di dirette social dai balconi o terrazzi (ma ve le ricordate quelle sceneggiate di Di Maio e Salvini?), di comunicazione tanto esasperata quanto inconcludente, arriva un momento in cui si prendono decisioni sostanziali, pezzi di partito buttano la palla in tribuna e la patata bollente la lasciano ad altri. 

La storia ci ha insegnato troppe volte  che arriva sempre, dopo la caciara, il momento del “restauro”  il cui compito è quello di mettere mano allo sfascio accumulato in precedenza.   Come camminare su un campo di macerie, in un paese immobile e irrigidito da posizioni polarizzate,  la task force di Draghi ha il compito di offrire il proprio know-how per l’economia dei prossimi anni post pandemia suggerendo le priorità sugli investimenti più importanti  (infrastrutture, scuola e ricerca, innovazione, sviluppo sostenibile,  welfare del futuro etc.) ai ministeri competenti delle deleghe economiche.   I verbi – osservando l’incarico – non sono messi a caso (orientare – potenziare – efficientare ) bensì  indicano il peso della responsabilità di gestione nei prossimi anni. 

Può sembrare una provocazione ma questi stessi requisiti-obiettivi attesi sono già filtri che escludono a monte alcuni leader politici del momento,  troppo occupati in quello che gli riesce davvero molto bene ovvero discutere sul nulla e scannarsi su temi laterali, periferici, al limite dell’esoterico. Ciò detto,  interpellare i politici ( o no)  è indifferente. Non credo di essere troppo duro ma provate a guardare un talk politico degli ultimi mesi e potreste misurare in maniera empirica un bassissimo e sconfortante tasso dialettico (le contese politiche di un tempo offrivano argomenti e controargomenti, visioni interessanti, verticalità e divulgazione) alla vista del quale lo sbaraglio genera lo sbadiglio.  Gli attuali protagonisti girano fuori dai palazzi con il caldo afoso più alla ricerca dei cronisti che intenti  a capirci qualcosa del paese in difficoltà , metterci la faccia sui problemi.

Il motivo?  Credo che esista anche un fattore D, un fattore chiamato disagio. 

Quel disagio di non saper portare alla comunità un contributo autorevole, possedere un know-how a cui fare riferimento per essere volitivi, spendibili, pronti più a dare  che a ricevere. Per converso, piuttosto mettere fieno in cascina si continua a raschiare il barile incuranti di risultare marziani, suonatori del transatlantico che cola a picco.  Paradossalmente, se  alcuni protagonisti applicassero a se stessi l’orrenda espressione “gli italiani ci pagano per lavorare” sarebbero – in una logica conseguente – licenziati in tronco.   

Parafrasando Chiara Saraceno (La Stampa) è un disastro antropologico e – in questo caso –  vocazionale giacché se la politica non discerne e non sceglie che senso ha? Se la politica continua a guardare la realtà  con lo strabismo  del consenso a tutti i costi dove può portarci? 

E  non è solamente un deficit – ripeto – di  background proprio (essere esperto in…)  ma fondamentalmente è mancanza di coraggio politico, inettitudine ad elaborare scelte di buonsenso, cambiare in meglio, riformare e correggersi se è necessario magari dopo un percorso di autocritica, la virtù – ammoniva il poeta Thomas S. Eliot – più difficile da conquistare perché niente è più arduo a morire della volontà di pensar bene di se stessi, sempre e comunquePer questi motivi dissento con la retorica di alcuni commentatori che denunciano- tornando a Draghi e alla Fornero – di restaurazione. 

Sì perchè con i governi di prima si stava una favola vero?

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