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Il dopo referendum: eliminare i nominati in Parlamento quale unica via (liberale) per Giorgia Meloni e la credibilità della politica

Giurista, saggista, editorialista
La Presidente del Consiglio Giorgia Meloni durante la votazione del Referendum al Seggio della Scuola Primaria Rosalba Carriera. Lunedì 23 Marzo, 2026. News  (Photo by Valentina Stefanelli/Lapresse)

Prime Minister Giorgia Meloni during the referendum vote at the Rosalba Carriera Primary School polling station. Monday, March 23, 2026. News (Photo by Valentina Stefanelli/Lapresse)
La Presidente del Consiglio Giorgia Meloni durante la votazione del Referendum al Seggio della Scuola Primaria Rosalba Carriera. Lunedì 23 Marzo, 2026. News (Photo by Valentina Stefanelli/Lapresse) Prime Minister Giorgia Meloni during the referendum vote at the Rosalba Carriera Primary School polling station. Monday, March 23, 2026. News (Photo by Valentina Stefanelli/Lapresse)

Se c’è qualcosa che le ultime tornate referendarie ci hanno insegnato è che i temi giusti non sempre vanno a braccetto con i tempi maturi.

Sia il taglio dei parlamentari della scorsa legislatura che il recente referendum sulla separazione delle carriere, ci raccontano di un’Italia ancorata al “falso realizzabile”:

  • la prima, una riforma totalmente sbagliata sul piano costituzionale, ma percepita come giusta dal sentimento popolare in un momento non maturo per una modifica del genere (che fa i conti con il grande peso legislativo delle Regioni);
  • la seconda, una riforma assolutamente necessaria sul piano costituzionale, ma percepita come ingiusta nella realtà sociale in un momento politamente, invece, tendenzialmente maturo, ma basato su fattori impopolari (che oggi fanno i conti con il grande peso delle correnti nel sistema giustizia).

In entrambe le situazioni, con punti di partenza inversi rispetto alle forze politiche che hanno proposto le riforme costituzionali in questione, l’impatto è stato devastante se prendiamo in considerazione la contentezza popolare:

  • il Movimento 5 stelle, vincitore del referendum sul taglio dei parlamenti, è finito all’opposizione nella legislatura attuale e ha registrato un clamoroso down di voti dal 2018 al 2022;
  • Fratelli d’Italia e Forza Italia, che si sono intestati prevalentemente la riforma sulla separazione delle carriere, impattano ora con sondaggi che li vedono perdere (ipoteticamente) un netto non di facile precisa decifrazione fino alla prossima elezione (fatto, quest’ultimo, che comunque porterà a disequilibri politici interni da gestire e ricomporre).

Allora, c’è il tema dei temi (insieme ad altri grandi problemi del Paese) che, forse, può essere la chiusura degna della legislatura attuale e l’unica via (liberale) per il centrodestra attuale al fine di recuperare un senso profondo di collegamento con il popolo elettore: abrogare una volta per tutte i listini bloccati e, per l’effetto, eliminare i c.d. nominati in Parlamento.

Ciò non solo rappresenterebbe una scelta politica importante per ridare serietà al voto dei cittadini rispetto a chi viene eletto, ma genererebbe almeno tre effetti:

  • obbligherebbe tutte le parti politiche, ma più direttamente il centrosinistra o l’opposizione (come gradisce il lettore), in questo periodo politico, a cercare candidati sui territori che abbiano storia umana-lavorativa, serietà e credibilità sociali ancorate alla vita di tutti i giorni nei rispettivi contesti di provenienza;
  • consentirebbe a Giorgia Meloni, leader del centrodestra, di capire davvero chi (dei suoi) abbia una ascendenza politica legata ai territori di candidatura e, per l’effetto, considerare di chi fidarsi e da che dati di rappresentanza e rappresentatività concreta partire per le valutazioni di governo a venire (sempre ipotizzando la stessa leadership nella futura legislatura);
  • esporrebbe l’opposizione a fare i conti con una scelta politica a cui non si può dire di no (così Giorgia Meloni incasserebbe, di fatto, il voto dell’arco parlamentare e porterebbe a casa un punto cruciale di narrazione per la successiva campagna elettorale ribaltando l’opinione pubblica in questo post referendum della magistratura).

Una scelta, quella in esame, che per una volta, probabilmente, concilierebbe ciò che è mancato negli ultimi anni di riforme dal taglio dei parlamentari ad oggi: un racconto vero (e non falsato dai detrattori di turno) di una riforma necessaria, in un momento politico pur non totalmente maturo, ma con un sentimento popolare molto forte sul tema dei nominati in Parlamento.

 “Ci sono problemi più importanti della legge elettorale” si sente dire ultimamente.

Assolutamente no, non fatevi condurre su questa strada fallace.

La legge elettorale è il primo atto di rispetto della sovranità popolare prevista dall’articolo 1 della Costituzione.

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