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Il duello tra Cina e Australia (e la «wolf warrior diplomacy»)

Consulente aziendale, appassionato di politica estera
Il duello tra Cina e Australia (e la «wolf warrior diplomacy»)

Il termine «wolf warrior diplomacy» descrive lo stile diplomatico aggressivo adottato di recente da molti diplomatici cinesi. L’espressione deriva dal titolo di un film d’azione, stile Rambo, del 2015 (il sequel, Wolf Warrior II, ha segnato il record assoluto d’incassi nella storia del cinema cinese), che ha rappresentato l’avvio della costruzione di una «narrazione patriottica» della nuova superpotenza, in cui la Cina acquista un ruolo nella gestione della pace nel mondo e nella difesa dei propri cittadini anche all’esterno dei confini nazionali (per capirci, le ambasciate cinesi restano aperte anche quando gli americani si chiudono dentro, e gli investimenti del dragone in Africa, sia quelli produttivi che quelli destinati all’assistenza sanitaria, uniscono i popoli, mentre i mercenari europei sono impegnati in una pulizia etnica insensata nei confronti degli orientali).

Insomma, in contrasto con la precedente prassi diplomatica cinese, che preferiva aggirare le controversie e sottolineare la retorica della cooperazione, la diplomazia del «lupo guerriero» è più combattiva, e i suoi paladini reagiscono in modo molto aggressivo alle critiche rivolte alla Cina sui social media e nelle interviste, ammonendo chiunque esprima un giudizio negativo (a cominciare dai governi di diversi paesi).

Tuttavia, con l’affermarsi della linea aggressiva dei Wolf Warrior, è cresciuta anche la disapprovazione globale nei confronti del nuovo atteggiamento e dei toni inediti della diplomazia cinese, che hanno raggiunto il colmo con un tweet scioccante rivolto all’Australia.

Lo ha spiegato Anne-Marie Brady sul Sidney Morning Herald: «Le relazioni tra Cina e Australia hanno raggiunto un nuovo picco negativo questa settimana quando un portavoce del ministero degli esteri cinese ha postato su Twitter l’immagine falsa di un soldato delle forze speciali australiane che sgozza un bambino afgano che ha la testa avvolta in una bandiera australiana mentre culla un agnellino. Si è trattato di una botta all’indagine dell’Australia sui presunti crimini di guerra in Afghanistan» (le indagini hanno riguardato i soldati australiani ed il governo di Canberra ha diffuso un rapporto sull’uccisione illegale di 39 persone in Afghanistan, tra civili e prigionieri, preannunciando compensazioni ai familiari delle vittime e sanzioni esemplari per i responsabili).

Il primo ministro Scott Morrison ha chiesto le scuse ufficiali del governo cinese e la rimozione della foto (chiaramente modificata al computer) postata su Twitter da un portavoce del ministero degli esteri cinese. «Più di 24 ore dopo l’immagine era ancora lì, i media cinesi affastellavano altri insulti contro il governo australiano, e il tweet aveva raccolto 36.000 like», ha scritto Brady.

Pechino «dovrebbe vergognarsi di un tweet del genere» ha attaccato Scott Morrison, definendo l’immagine «ripugnante». «È l’Australia che dovrebbe chiedere scusa – ha detto la portavoce del ministero degli Esteri cinese Hua Chunying – per i crimini commessi in Afghanistan».

Cosa c’è dietro tutto questo? Tra Cina e Australia è in corso un durissimo braccio di ferro commerciale e diplomatico, tra accuse reciproche di interferenze in affari interni e pratiche discriminatorie, mentre i toni hanno avuto un’impennata con la richiesta di Canberra di avviare una indagine dell’Organizzazione Mondiale della Sanità sulle origini e le cause della pandemia da Covid-19. E
Anne-Marie Brady pensa che il tweet sia solo una mossa per affermare il potere cinese, un’iniziativa ideata per dare una lezione all’Australia e dissuadere chiunque altro dall’avanzare critiche a Pechino o dal tentare imprese e azioni non gradite.

Nel blog australiano del Lowy Institute, The Interpreter, Sam Roggeveen espone varie teorie, ma alla fine ricorda una cosa molto semplice: la Cina «vuole stabilire i termini della relazione» tra i due paesi e «vuole fare sapere all’Australia chi è che comanda».

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