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La strada imboccata da Putin

Consulente aziendale, appassionato di politica estera
La strada imboccata da Putin

Dopo il sostegno massiccio espresso dai russi al referendum sulle modifiche alla Costituzione volute da Vladimir Putin (che gli permettono di restare al potere fino al 2036), l’Economist ha evidenziato l’aspetto farsesco del voto che, con la scusa della pandemia, è durato sette giorni: «I moscoviti hanno ricevuto messaggini che dicevano loro che, se fossero andati a votare, avrebbero potuto vincere uno dei 2 milioni di voucher del valore complessivo di 10 miliardi di rubli (140 milioni di dollari). In Siberia gli elettori sono stati attirati ai seggi con premi che andavano da uno smartphone ad una abitazione. Il responsabile di un seggio elettorale locale ha vinto un appartamento. I datori di lavoro hanno ordinato al personale di votare (…) non è stato un referendum vero e proprio (…) I cambiamenti erano già stati approvati da un Parlamento servile, approvati dalla Corte costituzionale e promulgati dal presidente».

Insomma, come sottolinea l’analista politico Kirill Rogov, il voto «dimostra che Putin può vincere perché nessuno lo può fermare. Ma dimostra anche che può vincere soltanto infrangendo le regole».

Putin aveva rafforzato il suo consenso conquistando la Crimea nel 2014, scrive il settimanale, ma ora la sua popolarità sta svanendo e non può più rappresentare, come una volta, le persone comuni, estranee alla politica, rimaste fuori dalla rinascita economica promessa durante la transizione verso il capitalismo di mercato e la democrazia degli anni ’90. Non si dovrebbe dare troppo peso al «referendum», ammonisce infatti il magazine: «Nel marzo del 1991 al popolo sovietico fu chiesto se l’Unione Sovietica dovesse essere preservata. Quasi il 78% rispose di sì. Cinque mesi dopo il KGB organizzò un colpo di stato per spodestare Mikhail Gorbachev, un leader riformatore, e fermare la disintegrazione dello stato. In due giorni il colpo di stato fu schiacciato e per la fine dell’anno l’Unione Sovietica era scomparsa».

Anche Maria Lipman ha scritto per Eurozine che l’intera saga non equivale ad un «like» di apprezzamento generalizzato per il regno di Putin. L’ampio sostegno popolare ha permesso a Putin di governare incontestato per vent’anni, ma, come negli anni hanno ripetutamente sottolineato gli analisti, lo status di leader indiscusso di Putin si fonda appunto sul suo eccezionale sostegno popolare. E «per le élite politiche, un costante declino del suo rating minaccia di erodere la sua autorità come arbitro supremo».

La base elettorale di Putin è ancora ampia ma è in declino, e i sondaggi registrano un malcontento crescente, che le tetre prospettive economiche potrebbero aggravare. Il risultato del voto è la dimostrazione che Putin è ancora in grado di mobilitare un ampio sostegno. Ed è «un segnale alle élite che Putin conserva il potere supremo e non devono andare ‘a caccia di successori’». Per questo Putin era ansioso di andare alle urne con il referendum quanto prima. Ma un sostegno popolare che si fonda sulla pura e semplice violazione di regole e procedure è prova di debolezza non di forza. L’estensione della leadership di Putin non era, infatti, l’unica cosa sulla scheda elettorale. Un progetto frettolosamente architettato di ben 206 modifiche costituzionali (che vanno dalle garanzie per le pensioni e il salario minimo al divieto per i matrimoni gay) è stato votato tutto in una volta. «La campagna governativa per andare a votare è stata intensa: le modifiche sono state pubblicizzate su cartelloni pubblicitari onnipresenti. I volantini infilati nelle cassette delle lettere. Le celebrità russe decantavano le nuove norme in Tv. I cittadini erano bombardati da sms e telefonate, mentre i dipendenti pubblici venivano costretti dai loro capi ad andare a votare», scrive Lipman. «La modifica relativa ‘all’azzeramento’ (dei mandati di Putin), tuttavia, era completamente assente dalla campagna – il Cremlino, con ogni probabilità, aveva dati che indicavano che non era condivisa da una proporzione considerevole di russi e ha preferito non menzionarla. Alcuni giorni prima del voto, Putin ha annunciato nuove elargizioni, verosimilmente come misure aggiuntive per garantirsi il voto. Non è stato permesso di fare campagna contro le modifiche».

Ma, conclude Lipman, Putin «sembra determinato ad interpretare il voto popolare come una sanzione del suo potere assoluto, indipendentemente dal sostegno declinante e dalle crescenti incertezze delle élite. Questo lo rende suscettibile di muoversi ulteriormente verso un autoritarismo repressivo per difendere lo status quo contro quanto possono essere tentati di indirizzarsi verso un futuro post-Putin».

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