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L’America è spesso una delusione proprio perché resta una speranza

Consulente aziendale, appassionato di politica estera
L’America è spesso una delusione proprio perché resta una speranza

George Floyd è morto a Minneapolis e le proteste si sono sviluppate soprattutto in America, ma la reazione, come ha sottolineato Ishaan Tharoor sul Washington Post, è stata globale. Si sa che mentre le vicende degli altri paesi solo di rado riescono a penetrare nel circuito americano delle notizie, le tragedie dell’unica superpotenza mondiale catturano il pubblico di tutto il mondo. Ma il diffondersi per ogni dove di manifestazioni di solidarietà con i manifestanti di Black Lives Matter rispecchia anche la particolare presa che l’America continua ad avere sull’immaginario globale.

Per molte ragioni. In primo luogo, la rabbia per l’uccisione di George Floyd (moltiplicata dai video dell’incidente e delle dimostrazioni diffusi sui social media in tutto il mondo) in diversi casi ha spronato i movimenti che si occupano di violenza razziale e di discriminazione contro le minoranze. A Parigi, 20.000 manifestanti sono scesi in piazza in nome del ventiquattrenne Adama Traorè, morto per asfissia dopo il suo arresto nel 2016 ed il ministro dell’interno francese ha detto che «ogni abuso da parte della polizia, ogni parola, che comprenda sentimenti razzisti, sarà oggetto di inchiesta e di sanzione». In Australia, il paese del giornalista e del  cameraman picchiati dalle forze di sicurezza federali vicino alla Casa Bianca (un evento ripreso dalle telecamere che ha spinto il primo ministro australiano a sollecitare un’inchiesta), ha ripotato a galla il ricordo della morte di David Dungay, un aborigeno ventiseienne che disse «non posso respirare» dodici volte mentre era bloccato dalle guardie carcerarie e, in migliaia, hanno sfilato a Sidney, Brisbane, Melbourne, Adelaide e in altre città australiane.

Secondo Tharoor, sono il senso di ingiustizia, il risentimento, il sentimento di solidarietà ad aver dato voce alla protesta che si è diffusa da Tokyo a Toronto, da Berlino a Londra e ad altre città occidentali. «Le persone di tutto il mondo capiscono che le loro lotte per i diritti umani, per l’uguaglianza e la giustizia, saranno molto più difficili se perderemo l’America come luogo in cui ‘I have a dream’ è un concreto e universale programma politico», ha detto al New Yorker, Wolfgang Ischinger, ex ambasciatore tedesco a Washington e presidente della Munich Security Conference. «Speriamo che le dimostrazioni in tutto il mondo aiutino Washington a ricordare che il soft power degli Stati Uniti è una risorsa unica, che mette l’America su un piano diverso rispetto alle altre grandi potenze – rispetto alla Cina, alla Russia e perfino all’Europa. Sarebbe tragico se l’amministrazione Trump trasformasse un’enorme opportunità per gli Stati Uniti in una abdicazione morale».

Naturalmente, anche l’anti- americanismo, la denuncia, soprattutto da parte della sinistra, dell’imperialismo e dell’ipocrisia dell’America, è un ingrediente della reazione globale. Un atteggiamento di vecchia data che la diffusa avversione verso il presidente Trump ha rinvigorito. «In parte hanno a che fare con la grave ingiustizia, in parte con l’anti-americanismo» ha detto a proposito delle manifestazioni di solidarietà a Berlino, Marcel Dirsus, dell’Institute for Security Policy at Kiel University. «Ma hanno anche a che fare con Trump, che è così impopolare in Germania da rendere a molti l’America insopportabile in toto. Molta gente pensava che l’America avesse già toccato il fondo negli ultimi anni, ma da come ha gestito la pandemia e le proteste in corso, Trump ha dimostrato che si sbagliavano».

Inoltre, visto che il trumpismo è parte di un più ampio movimento transnazionale (il presidente americano ha, infatti, esplicitamente fatto causa comune con i movimenti ultra-nazionalisti e di estrema destra in Europa), l’ostilità nei confronti dell’America di Trump si ripercuote anche a livello nazionale. Ma le proteste in tutto il mondo rispecchiano anche la perdurante ammirazione per gli Stati Uniti. Come ha osservato Ben Judah, un giornalista inglese, i manifestanti dimostrano appunto quanto l’idea della «Good America», in Europa continui ad essere una calamita (proprio dal punto di vista morale) che non cessa di attrarre irresistibilmente. Al punto che le manifestazioni possono perfino rappresentare un nuovo tipo di «transatlanticismo». «Ironicamente, proprio quando il vecchio occidente ideologico del G-7 e gli intellettuali transatlantici e la Nato stanno cedendo terreno, un nuovo genere di esperienza transatlantica, che nasce da Instagram e dal mondo di TikTok, sta prendendo vita», ha detto Judah.

Insomma, come ha scritto Samuel P. Huntington, in «American Politics: The Promise of Disharmony», il libro nel quale il politologo americano esamina, in modo straordinariamente convincente, il persistente divario tra gli ideali e la realtà della politica americana, «i critici dicono che l’America è un inganno, poiché non è all’altezza dei suoi ideali, ma sbagliano. L’America non è una menzogna, è una delusione. Ma può essere una delusione proprio perché è anche una speranza».

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