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L’inno alla libertà delle donne bielorusse

Senatrice
L’inno alla libertà delle donne bielorusse

“Solo i vigliacchi picchiano le donne”. Non dovrebbe essere necessario ricordarlo. Eppure le manifestanti che sono scese in piazza per la settima domenica consecutiva a Minsk, in Bielorussia, lo hanno dovuto scrivere sui loro cartelloni. Per denunciare la repressione avvenuta il giorno precedente alla Marcia della Giustizia. Dove centinaia di dimostranti sono state afferrate, colpite brutalmente e trascinate via dalla polizia.

Le donne. Sempre loro. Soprattutto loro. Donne promotrici del cambiamento. Donne che chiedono giustizia. Donne che diventano esse stesse veicolo di democrazia. Spesso al prezzo della propria incolumità. Pensiamo a Maria Kolesnikova, una delle leader dell’opposizione bielorussa rapita da un commando di uomini a volto coperto. Ora in carcere per “incitamento all’usurpazione del potere”.

Nonostante la reclusione Kolesnikova non smette di credere nella libertà. E di invocarla. Tanto da inviare un messaggio a chi manifesta in queste ore: “Vale la pena di lottare per la libertà. Non abbiate paura di essere liberi”.

E ancora, pensiamo a Svetlana Tikhanovskaya, l’oppositrice che tanti considerano la vera vincitrice delle contestate elezioni presidenziali di agosto. Che hanno visto consegnare il Paese nuovamente ad Aleksandr Lukashenko. Proprio in questi giorni Svetlana Tikhanovskaya sta incontrando i vertici istituzionali europei. Per farsi portavoce della richiesta di un intero popolo. Una richiesta di giustizia. Di trasparenza. Di democrazia.

Dalle donne in Bielorussia ci arriva un esempio illuminante. Sia dalle dissidenti note, come Kolesnikova e Tikhanovskaya. Sia dalle tante sconosciute che affollano le strade di Misk. Donne che magari sono uscite a manifestare di nascosto o senza l’approvazione della propria famiglia, in un Paese ancora in parte patriarcale. Donne che sono state ferite dalla polizia e il cui nome rimarrà anonimo. Non entrerà nei libri di storia. Anche se loro la storia la stanno facendo nei fatti.

A Minsk, ma non solo, la componente femminile della società è il vero motore di una rivoluzione pacifica, ma determinata. Solo pochi mesi fa, a luglio, abbiamo visto le polacche sfilare in corteo contro l’uscita del loro Paese dalla Convenzione sui diritti delle donne.

In Bielorussia così come in Polonia e in altre parti del mondo le donne si stanno rendendo protagoniste di movimenti democratici che mirano a promuovere uguaglianza e parità. Là dove invece governi autoritari vorrebbero solamente mantenere il proprio potere. Perché è racchiusa tutta qui la scommessa di queste dissidenti. Ristabilire la democrazia per consentire progresso e crescita per la società tutta.

Una sfida ambiziosa e difficile, che le forze progressiste possono vincere. Ma non da sole. Con il sostegno dell’Europa e della comunità internazionale. Come Unione Europea non possiamo tollerare che un Paese a noi vicino violi apertamente e ripetutamente il diritto internazionale. Che reprima il dissenso. Che arresti e torturi gli oppositori. Bruxelles, molto opportunamente, si è già mossa per condannare tali atteggiamenti, attraverso la votazione della scorsa settimana nella quale si disconosce il governo di Lukashenko.

La forza delle donne bielorusse rappresenta un messaggio per il mondo intero. Un messaggio di speranza. Che ci invita a credere, anche dopo ventisei anni dello stesso regime, che una nuova via democratica è possibile.  E che è vero: “Vale la pena di lottare per la libertà”.

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